Che cosa sono le epatiti virali croniche?

Autore: Dott. Giuseppe Parisi
Pubblicato:
Editor: Marta Buonomano

Il Dott. Giuseppe Parisi, esperto in Gastroenterologia a Pisa, ci spiega quali sono le principali tipologie di epatite virale cronica e come affrontarle

Che cosa si intende per epatiti virali croniche?

Per epatite virale cronica si intende l’infiammazione del fegato, di origine virale, che persiste almeno sei mesi dopo il primo contatto con il virus. Quando non è possibile risalire alla data del primo contatto con il virus, l’epatite viene definita cronica dopo sei mesi dalla prima diagnosi di infezione.

Le epatiti croniche virali sono molto comuni?

I virus responsabili delle epatiti croniche sono essenzialmente il virus dell’epatite C (HCV) e quello dell’epatite B (HBV).

donna che si tocca l'area del fegatoNei Paesi industrializzati è stata riscontrata una progressiva riduzione dei casi di epatite C, dovuta in particolar modo all’utilizzo di siringhe ed altri dispositivi medici monouso, alla maggiore consapevolezza delle modalità di trasmissione del virus ed all’introduzione di terapie altamente efficaci. Gli studi più recenti stimano che la prevalenza dell’infezione da HCV in Italia sia compresa tra lo 0,74 e l’1,7%, per un totale di soggetti infetti variabile fra 300.000 e 600.000 circa. Anche l’incidenza dell’epatite B si è ridotta negli ultimi decenni (da 1,6 a 0,7 casi per 100.000 abitanti), grazie all’introduzione del vaccino nel 1986 che è diventato obbligatorio per tutti i neonati a partire dagli anni ‘90.

Quali sono i principali tipi di epatite che possono dar luogo ad un’epatite cronica?

Come accennato, i principali tipi di epatite cronica virale sono quello da virus C e quello da virus B. In alcuni casi l’infezione da virus B si complica con una “sovrainfezione” da virus D o Delta (HDV), un virus difettivo che è in grado di infettare il fegato solo in presenza dell’HBV.

Come si trasmettono?

I virus dell’epatite B, C e D sono virus a trasmissione parenterale, cioè NON si trasmettono per via orale ma solo tramite contatto diretto con i fluidi biologici di soggetti infetti. Fin dalla loro identificazione, avvenuta nel 1960 per l’HBV e nel 1989 per l’HCV, tutte le unità di sangue o emoderivati per trasfusioni/infusioni vengono screenate per escludere la presenza di tali virus. Ciò spiega perché negli ultimi anni l’incidenza di infezione è rimasta elevata solo nei soggetti che adottano lo scambio di siringhe per l’assunzione endovenosa di stupefacenti ed in quelli che hanno rapporti sessuali non protetti con più partner.

Come si manifesta un’epatite virale cronica?

L’epatite virale cronica nella maggioranza dei casi non dà sintomi o solo sintomi aspecifici come la stanchezza. Per questo è importante per tutti un controllo annuale degli enzimi epatici e dei marcatori virali B e C. In caso di persistente alterazione degli enzimi epatici e/o di positività dei marcatori virali, è bene rivolgersi ad uno specialista che, sulla base degli esami effettuati e di eventuali altri esami consigliati, potrà porre una diagnosi ed impostare la terapia appropriata.

Epatiti croniche virali: come affrontarle?

dottorePer l’epatite cronica B sono disponibili farmaci, i cosiddetti analoghi nucleotidici/nucleosidici, in grado di bloccare la replicazione virale e quindi “spegnere” l’infiammazione epatica. Purtroppo solo in una minoranza dei casi si ottiene l’eliminazione del virus, tuttavia sono farmaci orali che possono essere assunti per molti anni senza effetti collaterali. La “vecchia” terapia a base di interferoni viene riservata a casi particolari in quanto i tassi di negativizzazione virali rimangono piuttosto bassi a fronte di effetti collaterali piuttosto invalidanti (febbre, dolori muscolari ed intensa astenia). È ancora oggetto di dibattito in ambito scientifico l’opportunità di interrompere la terapia con analoghi nucleotidici/nucleosidici dopo 12-24 mesi di persistente negativizzazione virale nel sangue. Per questo motivo la maggior parte degli specialisti consiglia la continuazione della terapia nell’attesa che vengano individuati farmaci (ce ne sono diversi in fase di studio) in grado di eliminare definitivamente l’infezione.

Diverso è il caso dell’epatite cronica C. Le vecchie terapie a base di interferoni e antivirali erano gravate dai suddetti effetti collaterali a fronte di una percentuale di guarigione non entusiasmante. Ma il 2013 è stato l’anno della “rivoluzione terapeutica” per l’immissione in commercio del primo Agente Antivirale Diretto (DAA) di seconda generazione. A questo “superfarmaco” in breve tempo se ne sono affiancati altri che, in combinazione fra loro, hanno portato alla disponibilità di terapie altamente efficaci (guarigione in oltre il 93% dei casi), pangenotipici (cioè attivi su tutte le varianti o “genotipi” virali) e con una comoda somministrazione orale della durata massima di 12 settimane. I rari casi che non rispondono o recidivano dopo la terapia, possono essere ritrattati con altri DAAs, rendendo bassissima la percentuale globale di insuccesso. Per questi rari casi sfortunati, possiamo dire che l’epatite cronica C evolve verso la cirrosi epatica solo nel 20% dei casi e che periodici controlli specialistici, oltre ad uno stile di vita sano con una dieta priva di bevande alcoliche, permettono in genere di prevenire o di tenere sotto controllo questa complicanza.

Dott. Giuseppe Parisi
Gastroenterologia

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