Conoscere i fattori di rischio per prevenire le malattie cardiovascolari

Autore: Prof.ssa Graziella Bruno
Pubblicato: | Aggiornato: 10/11/2018
Editor: Top Doctors®

A volte esiste un predisposizione ereditaria alle malattie cardiovascolari, sulla quale non è possibile agire per prevenire un evento o una patologia a carico di cuore e vasi sanguigni. Altri fattori di rischio, però, sono modificabili. La Prof.ssa Graziella Bruno, esperta in Diabetologia e Medicina Interna a Torino, ci insegna a riconoscere questi fattori e a prevenire gravi danni a carico degli organi

 

Quali sono i fattori di rischio cardiovascolare?

I fattori di rischio cardiovascolare sono una serie di variabili associate ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, cioè patologie a carico del cuore e dei vasi sanguigni di origine aterosclerotica. La presenza di questi fattori aumenta il rischio di contrarre malattie quali ictus, infarto, arteriopatia obliterante degli arti inferiori.

Ci sono fattori di rischio non modificabili (età, familiarità per eventi precoci, sesso) e fattori che sono, invece, modificabili, sui quali si può e si deve attuare la prevenzione: fumo, ipertensione arteriosa, iperglicemia, ipercolesterolemia, obesità centrale.

Il concetto importante è quello di rischio cardiovascolare globale. Si tratta della probabilità assoluta di un soggetto di incorrere, in un intervallo di tempo definito (in genere 10 anni), in un evento clinico di natura cardiovascolare.  Ricordiamo che l’effetto dei fattori di rischio è moltiplicativo, non additivo: tanti più fattori sono presenti, tanto più questi interagiscono determinando un aumento importante del rischio cardiovascolare.

 

Come si può ridurre il rischio cardiovascolare?

Anzitutto è necessario riferire al medico lo stato di salute dei proprio genitori, fratelli e nonni. Bisogna indagare, quindi, se sono ipertesi o diabetici e se il loro valore di colesterolo e di trigliceridi è alto. Se sì, è opportuno porsi il dubbio che tali condizioni possano essere state ereditate.

Per farlo, è necessario:

  • Misurare la pressione arteriosa periodicamente, in modo da individuarne tempestivamente un incremento prima che si sviluppi il danno d’organo (soprattutto a carico di cuore, arterie e reni).
  • Effettuare un esame per valutare a digiuno il quadro lipidico (colesterolo totale, HDL e trigliceridi). Questo consente di individuare precocemente una condizione di dislipidemia familiare. Se è presente, è opportuno che la diagnosi sia effettuata già in giovane età, perché l’alterazione della struttura delle arterie è un fenomeno progressivo con gli anni.
  • Misurare periodicamente glicemia ed l’emoglobina glicata per individuare non solo il diabete misconosciuto, ma anche quella condizione di “prediabete” o di ridotta tolleranza glicidica. In questa fase, infatti, inizia ad aumentare non solo il rischio di contrarre il diabete, ma soprattutto quello di sviluppare malattie cardiovascolari.

 

Quando è opportuno iniziare ad assumere farmaci per prevenire le malattie cardiovascolari?

In alcuni casi, lo stile di vita non salutare è il principale responsabile della manifestazione clinica di alterazioni geneticamente determinate. Questo significa che, malgrado sia stato ereditato il rischio di contrarre una condizione patologica (diabete, ipertensione), ci sono altre condizioni che ne favoriscono la comparsa: sovrappeso, inattività fisica, stress, alimentazione sbilanciata negli apporti nutrizionali.

È fondamentale, quindi, confrontarsi con il medico e insieme valutare il rischio cardiovascolare globale, considerando nella valutazione anche il fumo, se presente. Qualora le modifiche dello stile di vita non dovesse essere sufficienti, potrebbe essere necessario iniziare ad assumere farmaci, valutando però insieme al medico il rapporto rischio/beneficio. Oggi abbiamo a disposizione studi epidemiologici che ci consentono di calcolare il number needed to treat, cioè il numero di persone che è necessario trattare (per un arco di tempo di 5-10 anni) per prevenire un evento cardiovascolare, confrontato con il numero di persone che hanno manifestato effetti collaterali dopo essere state trattate con un determinato farmaco.

 

Quanto è importante il rapporto medico paziente per il raggiungimento del risultato?

Il ruolo del medico è molto cambiato negli ultimi decenni: lo sviluppo drammatico della tecnologia, l'ultra-specializzazione, lo sviluppo dell'informatizzazione e della comunicazione globalizzata hanno avuto ricadute importanti.

Certamente non ritengo che si debba ritornare alla figura romantica del medico condotto o a quella del cultore assoluto del fonendoscopio. Tuttavia, sulla base di una esperienza di oltre 30 anni di attività a contatto con i pazienti, ritengo che in questa professione siano necessari vocazione, passione, etica, responsabilità e spiritualità. Ma anche cultura, ricerca, approccio metodologico scientifico, impegno nell'aggiornamento continuo, attitudine al metodo investigativo e al processo di critica.

Come insegno sempre ai miei studenti in Università, l’empatia con il paziente ed i congiunti è cruciale perché si crei una “energia positiva” tra medico e paziente, e questo aiuta entrambi a raggiungere il risultato. È, quindi, importante dedicare ad ogni paziente tutto il tempo che gli è necessario per comprendere e condividere i risultati più aggiornati della ricerca scientifica; quali sono le evidenze di benefici e quali le probabilità di effetti collaterali dell’approccio terapeutico prescelto. Il colloquio deve aiutare il paziente a visualizzare cosa è ragionevolmente possibile modificare nel proprio stile di vita, con quali modalità e in quanto tempo aspettarsi i benefici attesi.

 

Editor Karin Mosca 

Prof.ssa Graziella Bruno
Medicina interna

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