Dismorfia: quando la mancata accettazione di sé diventa un disagio psicologico

Autore: Prof. Paolo Giovanni Morselli
Pubblicato:
Editor: Serena Silvia Ponso

Le esperienze negative della vita, come l’essere presi in giro, i traumi, gli abusi, le pressioni o le aspettative legate alla bellezza veicolate dalla società, possono provocare la dismorfia.
Ce ne parla il Prof. Paolo Giovanni Morselli

Che cos’è esattamente la dismorfia?

La dismorfia è una malattia psichica che fa in modo che il malato percepisca se stesso come un essere imperfetto, a tal punto da esagerare nel considerare anche i più piccoli dettagli.

A tale disagio consegue poi la dismorfofobia, ossia la paura che insorge a seguito di tale visione distorta, determinata da una preoccupazione eccessiva della propria immagine corporea.

La dismorfia (o disturbo di dismorfismo corporeo) è un disturbo grave, che però viene molto spesso sottovalutato: solo negli ultimi due decenni questo problema è stato studiato in modo sistematico e continuo.

La dismorfia può causare depressione e ansia? Se sì, in che misura?

Un’imperfezione, sia che interessi il corpo, gli arti o il viso, può provocare insoddisfazione. Non sempre però una disarmonia può essere la causa di un malessere: le persone sicure di sé non riscontreranno alcun problema nel constatare un’imperfezione; è la mancanza di fiducia e l’angoscia che possono contribuire all’insorgenza della dismorfia, e possono considerarsi all’origine del fenomeno del body shaming, di cui si sente sempre più spesso parlare.

In questa espressione ormai molto diffusa, che significa “far provare vergogna del (proprio) corpo”, è sempre più facile ritrovare la causa delle patologie depressive, anche perché al giorno d’oggi questa forma di umiliazione viene facilmente veicolata dai social network, che ogni giorno esibiscono determinati canoni della bellezza a cui attenersi per essere accettati.

Quali sono le altre conseguenze legate alla dismorfia?

Oltre alla depressione, la dismorfia può causare anche uno stress emozionale che può compromettere le relazioni sociali e sessuali, con il rischio di isolamento nei casi più gravi, considerata come l’unica difesa plausibile.

Quanto può essere utile ricorrere alla chirurgia plastica se il paziente considera invalidante il proprio difetto?

In caso di dismorfopatie oggettive, la chirurgia plastica aiuta molto perché permette di ripristinare o correggere la funzionalità della malformazione, anche se solo parzialmente. Nel caso invece di dismorfopatie soggettive, in cui l’inestetismo non è realmente invalidante, la chirurgia plastica può servire o non servire; ciò dipende dalle motivazioni che spingono quel paziente a considerarsi “invalido”.

Facendo riferimento alla mia personale esperienza, posso dire di aver visto molte persone ritrovare autostima e serenità dopo un intervento di chirurgia estetica, specialmente a seguito di una mastoplastica additiva, lipoaspirazione, addominoplastica o rinoplastica; tutti casi in cui è stato riequilibrato il rapporto tra il paziente e il proprio corpo.

 

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Prof. Paolo Giovanni Morselli
Chirurgia Plastica, Estetica e Ricostruttiva

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