Ernie e laparoceli: ecco come i biomateriali protesici hanno rivoluzionato il loro trattamento

Autore: Dott. Paolo Ialongo
Pubblicato:
Editor: Marta Buonomano

Grazie ai biomateriali protesici è stato possibile rivoluzionare il trattamento di ernie e laparoceli. Il Dott. Paolo Ialongo, esperto in Chirurgia Generale a Bari, ci spiega come viene selezionato l’approccio più idoneo per ogni paziente

Ernie e laparoceli: qual è la differenza?

Il termine “ernia” viene utilizzato per definire la fuoriuscita di un viscere, in parte o nella sua totalità, dalla cavità in cui è situato. Le ernie possono essere distinte in esterne o interne ed è inoltre possibile classificarle in primarie, quando insorgono spontaneamente, e secondarie o post-incisionali (laparoceli) nel caso in cui si manifestino in seguito ad una pregressa incisione chirurgica. 

Come curare le ernie addominali

Qualunque ernia della parete addominale, per essere corretta, necessita di un intervento chirurgico. La riparazione chirurgica dei difetti di parete rappresenta uno degli interventi più richiesti ed eseguiti, rivestendo un ruolo di primaria importanza per le implicazioni sia cliniche che socio-economiche. Secondo le stime, infatti, vengono eseguiti in Italia circa 170 mila interventi per ernia inguinale.

Come si sceglie l’approccio più idoneo?

Il approccio più idoneo è sempre quello che garantisce un miglior risultato finale sia dal punto di vista anatomico che chirurgico (“tailored surgery”).
Moltissimi chirurghi, più o meno noti, Bassini, Postemski, Shouldice, Mugnai-Ferrari, Trabucco, Rives, Stoppa, Liechtenstein ecc., si sono cimentati nella ricerca delle tecnica migliore, più facile, rapida e sicura, ricorrendo talvolta solo a minime modifiche e variazioni.
Si può affermare quindi che la procedura migliore non esiste, in quanto il numero di tecniche utilizzate per risolvere una problematica è inversamente proporzionale all’efficacia di ciascuna di esse.

Biomateriali protesici: come hanno modificato l’approccio chirurgico?

Tutti i metodi tradizionali di plastica diretta prevedono l’unione mediante sutura di tessuti che fisiologicamente non si trovano in giustapposizione, favorendo tensione, stretching muscolo-aponevrotici, recidive, ernie viciniori e dolore cronico. È evidente quindi come l’indebolimento delle strutture fasciali sia relazionato ad un disordine metabolico del collagene del tessuto connettivale.
L’introduzione di biomateriali protesici e di tecniche tension-free ha pertanto costituito una valida e verosimilmente efficace alternativa alle ormai desuete plastiche dirette che utilizzavano tessuti già compromessi e indeboliti, ponendoli sotto tensione.
L’utilizzo di materiali protesici è stato introdotto negli anni ’90 dopo aver riscontrato indubbi vantaggi riguardo la loro capacità:

  • Tensile, che fornisce un supporto meccanico al dinamismo della parete addominale
  • Di adeguarsi ai tessuti, stimolando una loro reazione biologica

La sede in cui vengono impiantati questi materiali varia a seconda della tecnica utilizzata (open o laparoscopica) e del tipo di materiale utilizzato per l’impianto.

Dott. Paolo Ialongo
Chirurgia generale

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