La chirurgia al servizio delle donne: il rettocele

Autore: Dott. Riccardo Annibali
Pubblicato: | Aggiornato: 15/11/2018
Editor: Top Doctors®

Il rettocele è un problema tutto femminile. Consiste, infatti, nel cedimento della parete rettale nella vagina. Il Dott. Riccardo Annibali, Chirurgo Generale esperto in Colonproctologia a Milano, ci spiega in cosa consiste questa patologia e quali sono le terapie chirurgiche per risolverla

 

 

Che cos’è il rettocele?

Il setto retto-vaginale è la membrana che separa il retto dalla vagina. Il rettocele consiste nello sfondamento di questa membrana verso la vagina, con la seguente formazione di una sacca estroflessa.

La principale conseguenza del rettocele è la stitichezza, che non trova rimedio neanche con l’assunzione di fibre, acqua e lassativi (sindrome da defecazione ostruita). Questo succede perché le feci si “incastrano” nella sacca che si è formata e non riescono a fuoriuscire. Anche quando la paziente riesce ad evacuare, sentirà sempre un senso di pesantezza nella zona perianale, dovuto al deposito di alcune feci che rimane nella sacca.

La sacca che si crea, inoltre, spinge contro la vagina e la vescica, finendo con infiammare l’uretra. La conseguenza è lo stimolo frequente di dover far pipì. Inoltre, a volte il rettocele si accompagna al cistocele, cioè la formazione di un’ernia all’interno della vagina provocata dal prolasso della vescica. Nella formazione del cistocele giocano un fattore determinante il numero di gravidanze, l’eccessivo peso corporeo, la menopausa e l’abitudine a lavori pesanti.

Un altro disturbo causato dal rettocele è il dolore durante il rapporto sessuale (dispareunia), dovuto alla debolezza della parte posteriore della vagina e alla presenza dell’ernia.

 

Quali sono i fattori di rischio del rettocele?

L’età provoca un rilassamento dei tessuti e, quindi, anche della parete rettale. Non a caso, la maggior parte delle pazienti colpite da rettocele ha più di 40 anni. Un'altra causa dell’indebolimento del setto retto-vaginale è il numero di gravidanze: ad ogni parto, la membrana tra retto e vagina di indebolisce. Inoltre, parti difficili possono comportare traumi al pavimento pelvico.

Anche aver subito un intervento di isterectomia (l’asportazione dell’utero) aumenta il rischio di rettocele, in quanto l’assenza dell’utero comporta un brusco calo del livello di estrogeni, ormoni che contribuiscono a mantenere elastici i tessuti.

Altri fattori di rischio sono il sovrappeso (il peso eccessivo comporta un affaticamento dei muscoli del pavimento pelvico) e lo stare molto in piedi (in posizione eretta, il peso del corpo grava sui muscoli del pavimento pelvico).

Nel caso di giovani donne che non hanno partorito, invece, è più probabile che la causa sia da ricercare nella predisposizione congenita, associata spesso a disordini della defecazione come il dissinergismo ano-rettale, in cui viene a mancare il corretto rilasciamento del muscolo sfintere nella fase espulsiva della defecazione.

 

Come si diagnostica il rettocele?

Il Proctologo, ascoltando i sintomi riferiti dalla paziente, potrà facilmente pensare alla presenza del rettocele. Per confermare la diagnosi, la paziente dovrà sottoporsi a diversi esami:

  • Esame proctologico con esplorazione rettale e vaginale: il medico inserisce un dito nell’ano e uno nella vagina per verificare il cedimento del setto retto-vaginale e la presenza della sacca.
  • Defecografia: utilizzando una peretta, viene iniettato nell’ano della paziente del bario come mezzo di contrasto. La donna dovrà poi espellere il liquido. Durante la radiografia, se è presente il rettocele, verranno evidenziati il bario rimasto incastrato nella sacca (consentendo di determinare le dimensioni del rettocele), l’eventuale alterata funzione dello sfintere, ed eventuali altre situazioni spesso associate: una tendenza alla discesa del pavimento pelvico; un prolasso della mucosa rettale; una invaginazione del retto nell’ano; il prolasso della vescica nella vagina (cistocele); l’eccessiva discesa nello scavo pelvico di anse dell’intestino tenue che possono comprimere il retto ostacolandone la funzione evacuatica (enterocele).

 

 Cosa prevede il trattamento del rettocele?

Nei casi di dissinergismo ano-rettale, è utile la riabilitazione della funzione dello sfintere mediante apposite “ginnastiche” (biofeedback). Quando, invece, il rettocele abbia raggiunto dimensioni tali da provocare disturbi (in genere quando raggiunge i 3 cm o più), lo specialista a cui rivolgersi è il Chirurgo Proctologo. Oggi si preferisce operare attraverso l’ano, differentemente da ciò che avveniva in passato, quando il problema veniva affrontato dal chirurgo ginecologo che operava attraverso la vagina.

L’operazione prevede una plastica chirurgica della parete ceduta. La parete anteriore del retto viene incisa e rivoltata “a tendina” per scoprire il cedimento, che viene riparato suturando i due lembi muscolari che circondano la sacca. La tendina viene poi riabbassata per coprire la sutura e ricostituire il rivestimento interno del retto.

 

Il nuovo approccio consente di intervenire anche su problemi rettali spesso associati al rettocele, come il prolasso della mucosa del retto, le emorroidi, la invaginazione retto-anale, o l’ulcera del retto; si può anche intervenire in contemporanea, insieme al chirurgo urologo o ginecologo, quando sono presenti anche il cistocele o il prolasso dell’utero.

Prima dell’intervento, la paziente dovrà eseguire delle analisi del sangue, per escludere l’anemia o eventuali problemi di coagulazione, e sottoporsi ad un elettrocardiogramma, per valutare la funzionalità di cuore e arterie. Inoltre, verrà sottoposta ad un piccolo clistere, per rendere il campo operativo più nitido, e ad una dose di antibiotici per ridurre il rischio di infezione dovute ai batteri fecali.

L’intervento dura all’incirca un’ora e sono davvero rari i casi in cui si verificano complicazioni, per altro di piccola entità e facilmente risolvibili. Generalmente richiede 1 o, al massimo, 2 giorni di ricovero. Il Dr. Annibali è uno dei pochissimi chirurghi al mondo ad eseguire questa operazione con una anestesia puramente locale (molto simile a quella eseguita dai dentisti). Solo in rari casi si ricorre all’anestesia spinale “a sella”, che consiste in un’iniezione di liquido anestetico tra le vertebre dell’osso sacro, il quale addormenta la zona corrispondente al cavallo dei pantaloni.

 

Cosa succede dopo l’operazione al rettocele?

Dopo l’intervento si possono avvertire tensione, bruciore e sensazione di pesantezza per circa una settimana. È normale, poi, avere piccole perdite di sangue e muco per qualche giorno. Si somministrano lassativi per ammorbidire le feci ed è meglio non compiere sforzi eccessivi per il periodo della cicatrizzazione completa (due o tre settimane). È bene aspettare almeno tre settimane per tornare ad avere rapporti sessuali.

Nella maggior parte dei casi, l’intervento è ben tollerato, ma a volte si possono presentare problemi di “urgenza” alla defecazione: la paziente sente il bisogno di correre in bagno al momento dello stimolo o di andare in bagno più volte al giorno. Questi disturbi post-operatori spariscono generalmente dopo 3 o 4 settimane dall’intervento.

 

Editor Karin Mosca

Dott. Riccardo Annibali
Colonproctologia

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