Ortopedia e Traumatologia: la cura del paziente sempre al primo posto con la chirurgia mininvasiva!

Autore: Dott. Guido Antonini
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Editor: Marta Buonomano

Il Dott. Guido Antonini, esperto in Ortopedia e Traumatologia a Milano, ci parla dell’evoluzione degli interventi ortopedici e di come la chirurgia mininvasiva migliori l’impatto sul paziente

Che cosa vuol dire “chirurgia mininvasiva”?

Prendersi cura del paziente con i minori traumi possibili, assicurando la più veloce ripresa possibile. Si potrebbe ridurre a questa semplice definizione l’obiettivo della medicina mininvasiva. E anche dell’omonima chirurgia, per definizione un atto medico che di necessità richiede una incisione, un taglio del corpo umano: qualcosa che di per sé invasivo lo è. 
Certo di strada dai primi chirurghi di epoca greca ne è stata fatta: basti pensare che un tempo il bisturi era chiamato “rasorium”, ossia rasoio perché ad averlo in mano non erano solo i chirurghi ma anche i barbieri. Solo successivamente il rasoio venne modificato con una doppia curvatura e montato su un manico diritto.
Nell’ultimo secolo la “mininvasità” ha contaminato positivamente tutte le branche della chirurgia: dalla chirurgia toracica alla addominale, dalla neurochirurgia alla otorinolaringoiatra, sino alla cardiochirurgia. Sono stati fatti passi da gigante dal punto di vista tecnico, limitando sempre di più l’invasività dell’intervento. 

Ortopedia e traumatologia: come si è arrivati all’approccio mininvasivo?

Le discipline dove l’evoluzione tecnologica è intervenuta in maniera radicale sono sicuramente l’Ortopedia e la Traumatologia. Il trattamento delle fratture fino all’inizio del ‘900 prevedeva nella maggior parte dei casi un trattamento “incruento”, ovvero gessi o tutori che non sempre permettevano la guarigione della frattura e, quando questa avveniva, molto spesso era viziata da deformità che compromettevano gravemente la funzione. L’avvento della chirurgia in ambito traumatologico portò però a nuove problematiche legate alle complicanze degli interventi: infezioni, sanguinamenti, lesioni vascolari o nervose e paradossalmente - per alcuni tipi di fratture - a rallentamenti della guarigione spontanea a causa della devascolarizzazione dell’osso durante l’esposizione chirurgica.
Nel nuovo millennio si è passati da interventi molto cruenti, ove si esponeva l’osso per poter “ridurre” (ovvero riallineare in termine tecnico) la frattura, a interventi chirurgici in cui l’incisione cutanea basta appena per poter far scivolare, per esempio, la placca sull’osso. 

Chirurgia mininvasiva per le fratture negli anziani

La frattura pertrocanterica, ad esempio, tipica nel paziente anziano, in passato richiedeva il trattamento a cielo aperto, ovvero l’esposizione dell’osso da parte del chirurgo per poter manipolare direttamente la frattura. Oggi il trattamento prevede sistemi con placche che vengono introdotte con uno o due piccoli tagli riducendo al minimo le perdite di sangue e, di conseguenza, le complicanze e il dolore post operatorio, oppure con chiodi endomidollari di ridotte dimensioni introdotti anch’essi con piccole incisioni cutanee e muscolari. Nel paziente anziano questo ha permesso di migliorare nettamente i risultati permettendo di rimettere in piedi il paziente anche il giorno successivo all’intervento.

Incidenti stradali: possibilità terapeutiche mininvasive

Analoghe metodiche sono utilizzate oggi per stabilizzare fratture degli arti in seguito, ad esempio, a traumi stradali. Esistono placche che vengono posizionate in maniera percutanea, ovvero vengono fatte scivolare sull’osso attraverso piccole incisioni e, mediante guide esterne, attraverso incisioni millimetriche vengono introdotte viti a fissare la frattura. 
Mentre in passato, per una frattura di gamba, posizionare una placca significava effettuare una taglio di almeno 20 centimetri, danneggiando la vascolarizzazione dell’osso e scollando la muscolatura, oggi in molti casi è possibile stabilizzare la frattura con placche introdotte attraverso una incisione di 3-4 cm e incisioni millimetriche per l’introduzione delle viti guidate da strumentazioni esterne.
Oppure chiodi endomidollari, dispositivi che vengono introdotti all’interno del canale osseo di grandi segmenti come omero, femore e tibia, che richiedono incisioni di un paio di centimetri e permettono di stabilizzare la frattura mediante viti introdotte con guide sempre più sofisticate come quelle elettromagnetiche.
La ridotta invasività di questi nuovi sistemi ha permesso di rispettare la biologia dell’osso e dei tessuti muscolari adiacenti nonché delle strutture vascolari e nervose. 

Impianto di protesi con tecnica mininvasiva

Anche in campo ortopedico nell’ambito della sostituzione articolare protesica si sta assistendo a cambiamenti epocali. Oggi, per esempio, è possibile posizionare una protesi d’anca senza tagliare la muscolatura ma solo divaricando i muscoli: in questo modo ho avuto pazienti che hanno potuto camminare lo stesso giorno dell’intervento.

Perché scegliere la chirurgia mininvasiva?

La ridotta invasività chirurgica determina numerosi vantaggi tutti correlati fra di loro: innanzitutto la minor mortificazione dei tessuti porta a minor dolore post operatorio che, insieme al minor sanguinamento, permette una mobilizzazione precoce dell’arto. Questo, nel caso di fratture coinvolgenti l’arto inferiore, significa una ripresa del carico e quindi del cammino precoce, fattore molto importante per prevenire ulteriori complicanze legate all’allettamento dell’anziano.
I vantaggi economici sono duplici: da un lato diminuiscono i costi di degenza ospedaliera, inoltre le giornate lavorative perse, per i pazienti ancora in attività, sono minori.
Per quanto riguarda i pazienti anziani, invece, diminuire il trauma chirurgico significa diminuire anche la mortalità post operatoria. Attualmente molte fratture del femore, tipiche nel paziente anziano, devono essere trattate con la sostituzione protesica dell’anca. Oggi è possibile sostituire l’articolazione attraverso approcci mininvasivi in cui non vengono tagliati i muscoli ma solo divaricati.

Quali sono i vantaggi della chirurgia mininvasiva?

Ricapitolando, i vantaggi della chirurgia mininvasiva sono:
Rispetto dei tessuti ossei e muscolari: non vengono lesionati i vasi sanguigni che nutrono l’osso e non vengono sezionati muscoli ma in genere solo divaricati

  • Minor necessità di trasfusioni: la riduzione delle lesioni ai tessuti permette minor perdite di sangue e quindi diminuzione dell’utilizzo di trasfusioni
  • Mobilizzazione precoce: il minor trauma chirurgico permette una ripresa precoce del movimento
  • Minor degenza: il paziente potendo muoversi prima può essere dimesso prima rispetto al passato
  • Minori costi: la diminuzione della degenza ospedaliera permette una riduzione dei costi sia diretti che indiretti (l’assenza dal posto di lavoro)

Dott. Guido Antonini
Ortopedia e Traumatologia

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