Cisti pilonidale

Specializzazione di Colonproctologia

La cisti sacrococcigea o pilonidale consiste in una raccolta di peli nel sottocute della regione sacrococcigea, sopra il solco intergluteo, che determina una reazione infiammatoria attorno ad essa. Da ciò l’altra definizione di pilonidale che deriva dal latino “pili nidus” o nido di peli.
La fistola è la complicanza della cisti e si verifica quando la raccolta di peli da origine ad un processo infiammatorio di tipo ascessuale, con apertura spontanea o provocata all’esterno, per cui si determina la formazione di un orifizio cutaneo, di solito nella piega interglutea, a una certa distanza dal margine anale. Le cisti-fistole sacrococcigee non vanno confuse con le fistole anali, da cui si diversifica nettamente per eziopatogenesi, sede di origine e posizione, non avendo nessun rapporto col canale anale. Per quanto riguarda la eziopatogenesi, la teoria che oggi va per la maggiore è quella dell’incarnamento dei peli a causa della azione di sfregamento dei glutei. I peli infatti possono penetrare nel sottocute attraverso i pori delle ghiandole sudoripare e sebacee e in questa sede formare quelle raccolte o “nidi” da cui deriva la formazione da corpo estraneo e le successive raccolte ascessuali e le fistole.
In passato si faceva riferimento a malformazioni embrionarie per spiegare la presenza nel sottocute dei nidi di peli.
Si tratta di una patologia molto diffusa, interessa soprattutto l’età giovanile e i maschi (3:1 rispetto alle donne), soprattutto se sovrappeso, con ricco apparato pilifero e con abbondante sudorazione.

La cisti non complicata si presenta come una piccola formazione rotondeggiante asintomatica o modicamente dolente spontaneamente o alla palpazione. Sono spesso presenti piccoli orifizi cutanei da cui fuoriescono o meno peli. La complicazione consiste nella formazione di una raccolta ascessuale attorno alla cisti, che provoca arrossamento e tensione della cute e arriva a suscitare vivo dolore. Spesso si accompagna rialzo febbrile. L’ascesso a volte si apre spontaneamente all’esterno, altre volte richiede una incisione chirurgica per svuotarsi. In ogni caso il drenaggio della raccolta dà immediato sollievo al paziente e conduce ad una apparente guarigione. Tuttavia se non si procede, meglio se in una fase silente, ad un trattamento radicale con asportazione dei peli e del tessuto infetto, il processo infiammatorio andrà avanti con la formazione di nuovi ascessi e di fistole. Proprio le fistole costituiscono le fasi tardive del processo infiammatorio. Si tratta di canali che mettono in comunicazione la cavità cistica ascessualizzata ed un orifizio situato nel solco intergluteo. La fistola se rimane aperta continua a secernere materiale purulento e fetido, se il suo orifizio si chiude darà luogo a formazione di nuovi ascessi. Se non viene trattata adeguatamente, la malattia pilonidale può continuare ad espandersi provocando la formazione di più fistole e arrivando fino all’ano.
La diagnosi è semplice perché caratteristica è la presenza di orifizi nel solco intergluteo, soprattutto se da questi fuoriescono ciuffi di peli, la fuoriuscita di pus, la possibile specillazione.
Nelle fasi iniziali può essere utile una ecografia della regione.

La terapia è esclusivamente chirurgica. L’anestesia è locale o spinale.
Nella fase acuta ascessuale si può attuare solo una terapia palliativa con incisione e drenaggio dell’ascesso, rimandando la terapia definitiva in una fase successiva.
Nei casi più complessi, con processi infettivi estesi e tessuti infetti si pratica come terapia radicale la tecnica aperta che prevede la exeresi o asportazione completa di una ampia losanga comprendente cute, sottocute, tessuto pilonidale e tutti tramiti fistolosi giungendo in profondità sulla fascia posteriore del sacro. La ferita residua viene zaffata con garze sterili e successivamente con spugne in poliuretano che favoriscono il processo di riparazione per seconda intenzione, cioè la formazione di tessuto di granulazione che dal fondo verso la superficie riempirà la breccia di solito in sei –dieci settimane. Nonostante la lunghezza del processo riparativo, con medicazioni che vanno cambiate ogni tre giorni, il paziente, soprattutto con i nuovi presidi (spugne di poliuretano) riesce a sopportare abbastanza bene la convalescenza, riprendendo nella maggio parte dei casi le proprie attività dopo qualche giorno di riposo. Se il processo di cicatrizzazione viene seguito e guidato da personale specializzato, meglio se dallo stesso chirurgo anche con controlli più distanziati, si ottiene nella gran parte dei casi la guarigione definitiva.
Nel caso di cisti pilonidali semplici, di brevi tragitti fistolosi, con componente infettiva modesta o meglio se spenta, si può attuare la tecnica cosiddetta chiusa, che prevede anch’essa la asportazione completa dei tessuti in blocco, ma contempla la chiusura immediata della ferita con punti di sutura. La guarigione è rapida e dopo 12-15 gg si rimuovono i punti. Naturalmente la chiusura con i punti comporta sempre un certo rischio di fallimento, in relazione allo stato infiammatorio dei tessuti, alla perfetta tecnica di sutura, etc, tuttavia conviene utilizzarla come prima scelta non solo nei casi più semplici ma anche nei casi borderline perché, in caso di fallimento , si può facilmente convertire nella tecnica aperta. Interventi più complessi, con vere e proprie plastiche a Z o di rotazione sono necessari solo raramente dopo asportazioni molto estese.
Conseguenza diretta della accettazione della teoria dei peli incarnati all’origine della malattia è una depilazione o meglio una epilazione definitiva della regione che può essere preventiva nei soggetti giovani con apparato pilifero eccessivo o per evitare le recidive nei pazienti operati.

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