Ludopatia: il ruolo fondamentale dei familiari nel percorso di cura
Cosa può fare un familiare quando un parente mostra segni di dipendenza dal gioco d’azzardo?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo parlato con il nostro psicologo e psicoterapeuta, Dott. Palumbo: ci guida passo passo su come riconoscere il problema e sostenere chi ne soffre.
Cos’è la ludopatia e perché è così difficile da riconoscere?
Dott. Palumbo: La ludopatia, o disturbo da gioco d’azzardo, non è semplicemente una questione di “volontà debole”. È una dipendenza comportamentale, radicata nei circuiti cerebrali della ricompensa, simile a quella delle sostanze. Può compromettere profondamente la vita della persona e mettere a dura prova l’intero contesto familiare. Spesso cresce silenziosa, anche perché spesso celata all’attenzione dei familiari, e diventa difficile accorgersene fino a quando i problemi non diventano gravi.
Quali segnali dovrebbero far scattare il campanello d’allarme per i familiari?
Dott. Palumbo: La segnaletica indiretta purtroppo è ambigua e aspecifica, e può essere attribuita ad altre forme di malessere: ad esempio, i cambiamenti d’umore, l’irritabilità, la chiusura e il conseguente isolamento sociale non sono incontrovertibilmente indice di una problematica di dipendenza da gioco, la quale è soggetta notoriamente a dissimulazione.
Diversa è l’emergenza della problematica economico-finanziaria, spesso purtroppo che compare tardivamente e più complicata da giustificare credibilmente da parte dell’interessato. È l’ammissione ai familiari frequentemente il primo passo verso la possibilità dell’avvio di una seria presa di coscienza della questione e di un’eventuale cura, anche nel caso specialistica della medesima. Capita con una certa frequenza che siano i familiari coloro che operativamente contattano per primi il terapeuta a nome del proprio congiunto.
Perché il coinvolgimento della famiglia è così importante?
Dott. Palumbo: La ludopatia è complessa, ma l’amore, l’ascolto e la collaborazione della famiglia sono spesso la chiave per il recupero. Non si tratta solo di supporto pratico, ma di restituire alla persona e ai suoi cari una prospettiva di vita serena e sostenibile. Quando c’è la famiglia accanto, anche il percorso più difficile diventa possibile.
Se l’interessato non vuole cercare aiuto, cosa si può fare?
Dott. Palumbo: Questa effettivamente è un’eventualità neppure tanto rara. Magari l’interessato accetta un primo incontro per poi subito “bocciare” il terapeuta in quanto non si è trovato il giusto feeling (dopo una sola seduta!). Talvolta si va un po’ avanti, ma più per tenere contenti i familiari, “tanto, dottore, io non sono dipendente, posso smettere in qualsiasi momento, sono loro gli stressati, vengo per tenerli tranquilli”. Tale approccio alla terapia non dura molto, come si può intuire. A questo punto tutto si può fermare.
Ma anche quando la persona non accetta la cura, i familiari non sono condannati all’impotenza, possono fare molto, più di quanto essi stessi ritengano. È importante, ad esempio, trovare un modo appropriato per proteggere le risorse economiche della famiglia, stabilire limiti chiari e dare supporto emotivo senza alimentare il comportamento problematico. Tali linee-guida, del resto facilmente comprensibili e condivisibili in via teorica, presentano in verità non poche insidie nella messa in opera.
La paura di sbagliare e di peggiorare le cose è potente, come pure potrebbero comparire senso di colpa e frustrazione, nonché colpevolizzazione e aggressività nei confronti del giocatore d’azzardo.
Queste problematiche possono essere le motivazioni a supporto del coinvolgimento dei familiari nella terapia. Tanto più quando il giocatore diserta le sedute lasciando tutti in balìa della costernazione, del disorientamento, dell’improvvisazione.
Qual è il ruolo concreto della famiglia nel percorso di cura?
Dott. Palumbo: Da quanto finora esposto si coglierà che la famiglia può essere parte integrante del percorso terapeutico. Partecipare agli incontri, comprendere il disturbo e imparare a gestire la propria e altrui emotività, mettere in atto l’operatività più idonea, può fare la differenza.
La collaborazione tra paziente, familiari e professionisti aumenta significativamente le probabilità di successo. Ma attenzione a dare eccessivo potere terapeutico al giocatore, obiettando “se non viene lui, io che ci posso fare, il problema ce l’ha lui, mica io”. Il lavoro di cura con i soli familiari può contribuire oculatamente quanto meno a ridurre i danni economici, emotivi e relazionali. Non solo: se adeguatamente supportati, possono aiutare ad accedere o a riaccedere con più adeguatezza alla terapia da parte del diretto interessato.