Acromegalia: alla scoperta della malattia del pugile Primo Carnera
L’acromegalia è una patologia endocrina rara ma seria, causata da un’eccessiva produzione dell’ormone della crescita (GH) da parte della ghiandola pituitaria. Questo eccesso stimola la produzione dell’IGF-1 (Insulin-like Growth Factor 1), responsabile delle alterazioni fisiche tipiche della malattia
Un esempio noto è quello del pugile Primo Carnera, la cui corporatura imponente era legata proprio a questa condizione. Ne parliamo con la Dott.ssa Sabrina Chiloiro, ricercatrice endocrinologa presso l’Università Cattolica di Roma, punto di riferimento nella ricerca sulle patologie ipofisarie
Cos’è e come si manifesta
Il termine acromegalia significa letteralmente “crescita delle estremità”. La malattia si manifesta con un progressivo ingrossamento delle mani, dei piedi e del viso, dovuto all’aumento del volume osseo e dei tessuti molli.
I sintomi più comuni includono:
- Ingrandimento delle mani e dei piedi
- Mandibola e naso più pronunciati
- Variazione del tono della voce
- Denti più distanziati e sopracciglia prominenti
In Europa colpisce circa 1,2 persone ogni 10.000 abitanti, mentre in Italia si stimano circa 250 nuovi casi all’anno.
Cause e trattamenti disponibili
La principale causa dell’acromegalia è un adenoma ipofisario, ovvero un tumore benigno della ghiandola pituitaria che produce quantità eccessive di GH. Il trattamento mira a ridurre i livelli ormonali e a rimuovere o controllare il tumore.
Le principali opzioni terapeutiche includono:
- Farmaci: analoghi della somatostatina, antagonisti del recettore del GH o dopamino-agonisti, che aiutano a normalizzare i livelli ormonali.
- Chirurgia ipofisaria: la rimozione dell’adenoma rappresenta spesso il trattamento di prima scelta.
- Radioterapia: utile nei casi in cui l’intervento chirurgico non sia risolutivo o non praticabile.
Focus sulla ricerca
La ricerca scientifica sull’acromegalia punta a individuare nuovi biomarcatori e strategie terapeutiche personalizzate. La Dott.ssa Chiloiro studia in particolare il ruolo del sistema immunitario negli adenomi GH-secernenti, analizzando cellule come linfociti T, B e macrofagi per capire come influenzino la risposta ai trattamenti.
Verso nuove terapie: l’immunoterapia
Un filone innovativo riguarda l’uso dell’immunoterapia nei tumori ipofisari GH-secernenti. Queste terapie, già impiegate in oncologia, potrebbero rivelarsi efficaci anche nelle forme più aggressive di acromegalia, resistenti a farmaci, chirurgia o radioterapia. L’obiettivo è offrire nuove prospettive di cura e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
Prospettive di cura
L’acromegalia richiede una gestione multidisciplinare, che coinvolge endocrinologi, neurochirurghi e radioterapisti. Con una diagnosi precoce e un trattamento adeguato, è possibile controllare la malattia e ridurre le complicanze a lungo termine. Continuare a investire nella ricerca significa dare nuove speranze di guarigione ai pazienti affetti da questa rara patologia endocrina.
