

Quando un medico coltiva interessi diversi, ma complementari, può nascere un percorso professionale capace di guardare alla persona da prospettive differenti.
Sono la Dott.ssa Tiziana Cavalli, specialista in Chirurgia Generale, con formazione anche in Agopuntura, Fitoterapia e Medicina Sistemica. Il mio percorso nasce dall’incontro di due prospettive apparentemente lontane: la chirurgia, che interviene quando occorre correggere una condizione anatomica, e l’agopuntura, che in determinati contesti può essere presa in considerazione nella gestione del dolore. Il punto d’incontro è uno: scegliere il trattamento appropriato per quella persona.
Diversi studi hanno mostrato benefici dell’Agopuntura sul dolore e sulla qualità di vita nel breve periodo, fino a 3 mesi, nelle persone con dolore cronico primario. Non vi sono però evidenze sufficienti per stabilire quanto questi benefici si mantengano nel lungo periodo.
Questo dato aiuta a comprendere perché non considero chirurgia e agopuntura come due filosofie da mettere in competizione. Sono strumenti differenti, indicati in situazioni differenti.
Il primo passaggio non è scegliere l’ago o il bisturi. È capire perché il paziente ha dolore. Un dolore può essere associato a una patologia che richiede un trattamento chirurgico, a un problema muscoloscheletrico, a una condizione cronica o a una combinazione di più fattori. La valutazione clinica serve quindi a distinguere ciò che necessita di un intervento specifico da ciò che può essere affrontato con strategie conservative.
Per il dolore cronico primario può essere considerato un singolo ciclo di agopuntura o dry needling, purché inserito in un percorso appropriato e con un limite complessivo di 5 ore di trattamento da parte del professionista sanitario nelle condizioni previste dalla raccomandazione. Il tipo di trattamento deve essere adattato alle necessità individuali.
La ricerca, inoltre, non restituisce un risultato identico per ogni forma di dolore. Una revisione sistematica e network meta-analysis pubblicata nel 2023 ha incluso 42 studi randomizzati e 6.876 pazienti con dolore muscoloscheletrico cronico: l’agopuntura reale è risultata più efficace rispetto alle diverse procedure di agopuntura simulata considerate, ma la qualità delle evidenze è stata valutata da bassa a moderata.
Questo è un punto importante: un trattamento può avere evidenze favorevoli senza essere automaticamente indicato per ogni paziente o per ogni tipo di dolore.
La mia formazione chirurgica mi ha insegnato innanzitutto a cercare una causa. Quando esiste una patologia nella quale la chirurgia rappresenta il trattamento appropriato, nessuna terapia complementare dovrebbe sostituire una valutazione chirurgica necessaria.
La formazione in Agopuntura mi ha invece permesso di aggiungere un altro strumento alla valutazione del paziente con dolore, soprattutto quando l’obiettivo terapeutico è il controllo della sintomatologia e quando il quadro clinico lo consente. Non significa abbandonare la medicina convenzionale, ma ampliare le possibilità di un percorso ragionato.
Anche la letteratura invita alla prudenza. Una meta-analisi del 2016 che ha analizzato 63 studi e 6.382 persone con dolore muscoloscheletrico ha rilevato un effetto moderato dell’agopuntura sul dolore, con una riduzione di circa 12 punti su una scala visiva analogica di 100 mm; gli autori hanno tuttavia classificato la qualità complessiva dell’evidenza come bassa.
Per questo, nella mia prospettiva, la domanda non dovrebbe essere semplicemente: “Agopuntura o medicina?”. La domanda più utile è: “Quale trattamento è appropriato per questa persona, con questa diagnosi, in questo momento?”
Il primo consiglio è non fermarsi al sintomo. Un dolore persistente merita una diagnosi, perché conoscere la causa permette di stabilire se sia necessario un trattamento farmacologico, riabilitativo, chirurgico, un approccio integrato o una combinazione di queste strategie.
Il secondo è valutare l’Agopuntura con aspettative realistiche. I benefici osservati nel dolore cronico primario riguardano soprattutto il periodo fino a 3 mesi, mentre le evidenze sui risultati a più lungo termine sono insufficienti. Per questo il trattamento dovrebbe essere rivalutato in base alla risposta individuale e agli obiettivi concordati.
Il terzo è non considerare tutti i dolori allo stesso modo. La meta-analisi su 63 studi e 6.382 partecipanti ha rilevato risultati differenti a seconda delle condizioni analizzate e ha sottolineato la qualità non elevata dell’evidenza complessiva.
In pratica, diagnosi, appropriatezza, obiettivi e rivalutazione devono venire prima della scelta della tecnica. È questo, per me, il vero punto d’incontro tra il bisturi e gli aghi: non scegliere una terapia perché appartiene a una determinata scuola, ma perché può avere senso nel percorso clinico di quella persona.
Fonti