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Dermatofibrosarcoma protuberans (DFSP)

Dott. Marco Fiore
Scritto da: Dott. Marco Fiore Chirurgo Generale a Milano
4.9 |

30 recensioni

Pubblicato il: 27/11/2024 Editato da: Veronica Renzi il 27/11/2024

Il dermatofibrosarcoma protuberans (DFSP) è un tumore raro e maligno della pelle che cresce lentamente ma può essere localmente aggressivo. Si tratta di una malattia che assai raramente può dare metastasi, ma richiede un trattamento chirurgico adeguato per prevenire il rischio della recidiva locale, che invece rappresenta un rischio concreto. Questo articolo esamina i segni clinici, le tecniche diagnostiche, il ruolo della biopsia, le opzioni di trattamento e la prognosi dei pazienti affetti da DFSP.

Segni clinici del dfsp

Il DFSP si presenta inizialmente come una placca cutanea indurita e di colore rossastro o violaceo. Talvolta può anche apparire come semplice macchia cutanea. Col tempo, può sviluppare noduli o escrescenze prominenti, da cui deriva il termine "protuberans". Questo tumore tende a essere asintomatico inizialmente, ma può causare dolore o prurito man mano che cresce. Spesso può avere un andamento clinico assai indolente, con lesioni che rimangono invariate anche per numerosi anni, ma poi manifestano un'accelerazione nella crescita.

Tecniche di imaging per la diagnosi

La diagnosi è prevalentemente clinica, e può essere effettuata da un dermatologo esperto che individui caratteristiche inusuali della lesione sollevando il sospetto di DFSP. Dopodiché, le tecniche di imaging come ecografia, MRI e CT sono utilizzate per valutare l'estensione della lesione e la sua invasione nei tessuti sottostanti. La risonanza magnetica è particolarmente utile nelle forme con malattia nodulare per definire i margini del tumore e pianificare l'intervento chirurgico.

Ruolo della biopsia

La biopsia è essenziale per confermare la diagnosi di DFSP. Una biopsia escissionale, incisionale o punch preleva un campione di tessuto per l'analisi istopatologica. Il DFSP mostra tipicamente una proliferazione di cellule fusiformi con un pattern a "storiforme" caratteristico. Inoltre, l'immunoistochimica può rivelare la positività per il marcatore CD34. È importante che la biopsia descriva la presenza o meno della variante fibrosarcomatosa, che rappresenta un'area del tumore a più elevato rischio biologico e richiede quindi un trattamento più aggressivo.

Opzioni di trattamento

Il trattamento principale per il DFSP è la chirurgia, che deve avere un intento curativo. Per questo è necessario che si ottengano ampi margini di sicurezza, il che può richiedere anche diversi centimetri di cute sana rispetto alla lesione. Spesso è quindi necessario prevedere una ricostruzione della perdita di sostanza mediante chirurgia plastica.

Altre tecniche chirurgiche, come la chirurgia di Mohs, sono molto più dispendiose per il tempo richiesto e i ripetuti interventi necessari, e non hanno mai dimostrato una superiorità nel controllo oncologico di malattia. Normalmente, dopo l’asportazione completa di DFSP, non sono indicati altri trattamenti complementari. In particolare, è scoraggiato l’uso della radioterapia, a meno di casi selezionati e solo in situazioni di malattia pluri-recidiva.

È disponibile per il DFSP anche una terapia molecolare mirata: l’imatinib mesilato è un farmaco che agisce in modo specifico sulla traslocazione genica COL1A1-PDGFβ presente in questa malattia. Imatinib viene utilizzato solo nelle forme di DFSP fibrosarcomatoso, nelle malattie particolarmente avanzate o nei rari casi di metastasi.

Prognosi dei pazienti con dfsp

La prognosi per i pazienti con DFSP è generalmente molto buona, con un'alta probabilità di guarigione se il tumore viene completamente rimosso. Tuttavia, il rischio di recidiva esiste, specialmente se i margini chirurgici non sono liberi da tumore.

Per questo motivo, qualora la diagnosi venga effettuata solo a posteriori dell’intervento di asportazione eseguito, è essenziale acquisire una second opinion in un centro di eccellenza, esperto nel trattamento di questi tumori rari (centro di riferimento per sarcomi dei tessuti molli) al fine di stabilire la migliore condotta terapeutica e valutare la necessità o meno di un secondo intervento di allargamento con fini precauzionali (il cosiddetto intervento di "radicalizzazione").

Dopodiché, il follow-up regolare è cruciale per individuare tempestivamente eventuali recidive e dovrà essere effettuato nel lungo periodo (almeno per 10 anni).

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