Infarto: riconoscerlo ed agire tempestivamente

Autore: Dott. Bruno Passaretti
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Editor: Top Doctors®

Ridurre i fattori di rischio modificabili, riconoscere i segnali e agire tempestivamente: sono queste le tre regole per sopravvivere all’infarto. Ne parla il Dott. Bruno Passaretti, esperto in Cardiologia a Bergamo

Quando si ha un infarto?

L’infarto consiste nella morte di alcune cellule del cuore che non ricevono più nutrimento (sangue ed ossigeno) a causa dell’occlusione delle arterie coronariche. Le coronarie sono le arterie che avvolgono il cuore e sono deputate alla sua nutrizione. Quando una di queste si occlude, a causa della rottura di una placca aterosclerotica che si riversa nel lume dell’arteria provocandone l’occlusione, le cellule del cuore iniziano a soffrire e dopo circa 6 ore muoiono. La sofferenza delle cellule miocardiche si chiama angina pectoris.

La riapertura dell’arteria prima della morte di tali cellule consentirà di evitare l’infarto. In particolare, se si riesce a riaprire la coronaria entro i primi 90 minuti dall’occlusione, è verosimile che nessuna cellula muoia: è per questo che è molto importante intervenire in fretta e che la prima ora dopo l’insorgenza dell’angina è chiamata golden hour, l’ora d’oro. Se, al contrario, si interviene dopo le 6 ore, è probabile che già tutte le cellule siano morte e la riapertura della coronaria non produca nessun beneficio o quasi.

 

Quali sono i fattori di rischio dell’infarto?

Sono tanti i fattori che aumentano il rischio di infarto: età avanzata, inquinamento, malattie come ipertensione arteriosa e diabete, fumo, obesità e sovrappeso, stress, sedentarietà e molto altro.

Alcuni di questi fattori non sono modificabili, come l’età, il sesso (più a rischio quello maschile; la donna è più a rischio dopo la menopausa), la familiarità e l’inquinamento. Altri, però, possono essere evitati. Occorre, in particolare:

  • Tenere sotto controllo con terapie adeguate malattie come il diabete, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione e l’iperuricemia;
  • Seguire una alimentazione ricca di prodotti vegetali, come frutta, verdura, cereali, frutta secca e legumi (questi ultimi in particolare essenziali come fonte di proteine), e scarsa in grassi animali (carni, salumi, formaggi);
  • Smettere di fumare;
  • Dimagrire se si è sovrappeso od obesi;
  • Fare più attività fisica se si conduce una vita sedentaria: mezz’ora tutti i giorni o un’ora a giorni alterni (ma non più raramente) di attività moderata, come una camminata a passo svelto (magari in salita), corsa leggera, bicicletta o nuoto. Dev’essere un’attività commisurata alle capacità e all’età di ciascuno; il concetto di attività moderata sta nell’essere in grado anche di parlare con chi sta a fianco (altrimenti è definibile attività intensa), ma alla fine di tale attività occorre essere stanchi.

I fattori di rischio agiscono in modo sinergico ed esponenziale; chi ha un solo fattore di rischio corre un pericolo limitato, ma più fattori di rischio si hanno e maggiore è il pericolo di avere un infarto.

Da un lato la prevenzione gioca un ruolo fondamentale, ma altrettanto importante è sapere riconoscere i segnali dell’infarto, in modo da intervenire tempestivamente.

 

I segnali per riconoscere l’infarto

Il dolore anginoso, che se protratto può sfociare nell’infarto, consiste in una sensazione di oppressione o costrizione, come se si avesse un peso o una morsa all’interno del torace. Spesso questo sintomo si irradia ad una o ad entrambe le braccia, alla mandibola, allo stomaco o alla schiena, fra le scapole. Talvolta il dolore al torace non è neanche presente, tant’è che è difficile distinguere l’infarto da un banale mal di stomaco o mal di schiena. A volte il disturbo sopraddetto si associa a nausea, mancanza di respiro, sensazione di stordimento o svenimento.

 

Infarto: la prima regola è chiamare il 112

Quando uno di questi disturbi si manifesta, la prima cosa da fare è chiamare il 112 e non prendere iniziative personali. Il personale dell’ambulanza spesso soccorre il paziente iniziando un trattamento efficace in loco. È in grado di gestire anche le complicanze più pericolose come la fibrillazione ventricolare, che determina l’arresto cardiaco (evenienza abbastanza rara, ma fatale se non si è in presenza di personale addestrato e di apparecchiature come il defibrillatore).

Il personale dell’ambulanza effettua anche un elettrocardiogramma e lo invia all’ospedale più vicino, in modo da informare il Cardiologo di guardia sulla situazione del paziente. In questo modo, quando il paziente arriverà in ospedale, troverà la Sala Emodinamica già equipaggiata ed il personale pronto per effettuare una coronarografia, che è l’esame che consente di riaprire istantaneamente la coronaria interrompendo quella catena di avvenimenti che porta alla morte delle cellule.

Il trattamento dell’infarto consiste, infatti, nell’inserire nell’arteria occlusa un palloncino che, gonfiato nel punto dell’occlusione, riapre la coronaria spostando tutto il materiale che l’ha occlusa contro le pareti e, quindi, nel posizionare uno stent, una piccola rete metallica che tiene la coronaria forzatamente aperta.

 

Editor Karin Mosca

Dott. Bruno Passaretti
Cardiologia

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