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Psicoterapia in adolescenza: quando può essere utile e quale ruolo hanno i genitori

L’adolescenza comporta cambiamenti fisici, emotivi e relazionali profondi. Oscillazioni dell’umore, bisogno di autonomia e conflitti familiari possono far parte della crescita, ma in alcuni casi il disagio diventa persistente e interferisce con scuola, relazioni o quotidianità. La psicoterapia può offrire uno spazio dedicato al ragazzo, coinvolgendo la famiglia quando necessario.

Quali cambiamenti psicologici sono normali durante l’adolescenza?

L’adolescenza è una fase nella quale si sviluppano identità, autonomia, relazioni sociali e capacità di gestire emozioni sempre più complesse.

Non ogni momento di chiusura, tristezza, irritabilità o conflitto con i genitori indica quindi la presenza di un disturbo psicologico. È normale che in questa fase cambi il rapporto con la famiglia e aumenti l’importanza attribuita al gruppo dei pari.

Allo stesso tempo, l’adolescenza rappresenta un periodo di particolare vulnerabilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni vive con una condizione di salute mentale, mentre ansia, depressione e disturbi comportamentali rientrano tra le principali cause di malattia e disabilità in questa fascia d’età.

Il punto, quindi, non è eliminare ogni emozione difficile, ma capire quanto intensamente e per quanto tempo il disagio modifica il funzionamento abituale del ragazzo.

Quali segnali possono suggerire che non si tratta più soltanto di una fase?

Più del singolo comportamento, è utile osservare un cambiamento persistente rispetto al modo abituale di funzionare.

Alcuni segnali possono essere:

  • isolamento progressivo dagli amici o dalla famiglia;
  • marcato calo del rendimento scolastico;
  • perdita di interesse per attività prima piacevoli;
  • ansia intensa o frequenti episodi di panico;
  • alterazioni persistenti del sonno o dell’appetito;
  • irritabilità o tristezza che tendono a mantenersi;
  • difficoltà importanti nella regolazione delle emozioni;
  • comportamenti impulsivi o rischiosi;
  • uso problematico di sostanze;
  • pensieri di autosvalutazione o disperazione.

Ansia e depressione possono influire direttamente sulla frequenza scolastica, sul rendimento e sulle relazioni sociali; il ritiro sociale, a sua volta, può aumentare isolamento e solitudine.

Non è comunque necessario aspettare che il problema diventi grave. Una consulenza può essere utile anche per capire se una difficoltà rientra in una fase transitoria oppure necessita di un percorso più strutturato.

Come inizia una psicoterapia con un adolescente?

Il primo obiettivo non è assegnare immediatamente un’etichetta diagnostica, ma comprendere il problema nel suo contesto.

Lo psicologo raccoglie informazioni sulla storia personale, sul funzionamento scolastico e relazionale, sulla famiglia, sugli eventi recenti e sui sintomi riportati dal ragazzo. Età, maturità, eventuali condizioni neuroevolutive e caratteristiche familiari influenzano sia la valutazione sia la scelta dell’intervento.

Le linee guida NICE raccomandano infatti che la psicoterapia nei giovani venga scelta dopo una valutazione completa che consideri storia clinica e sociale, livello di sviluppo, comorbidità, contesto familiare e preferenze del ragazzo e dei caregiver.

Anche l’approccio terapeutico può cambiare: terapia cognitivo-comportamentale, interventi sulla regolazione emotiva, terapia interpersonale, familiare o altri modelli possono essere indicati in situazioni differenti.

Se l’adolescente va in terapia, i genitori devono sapere tutto?

No. Ed è uno degli aspetti più delicati della psicoterapia in adolescenza.

Il ragazzo ha bisogno di percepire lo spazio terapeutico come sufficientemente riservato da poter parlare liberamente, mentre i genitori hanno una responsabilità di cura e spesso possiedono informazioni importanti sul funzionamento quotidiano.

La soluzione non è quindi scegliere tra “genitori completamente esclusi” e “genitori informati su tutto”.

Le raccomandazioni cliniche sottolineano l’importanza di costruire una relazione collaborativa sia con il giovane sia con la famiglia, coinvolgendo i genitori nelle decisioni terapeutiche in modo adeguato all’età e alla maturità.

Allo stesso tempo, nella psicoterapia di bambini e adolescenti la gestione della confidenzialità è un tema specifico e diverso rispetto alla terapia dell’adulto. L’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry sottolinea che il terapeuta deve bilanciare la necessità di preservare fiducia e privacy del giovane con il coinvolgimento dei genitori, soprattutto quando emergono problemi di sicurezza.

In pratica, è utile chiarire fin dall’inizio quali informazioni restano nello spazio personale dell’adolescente e quali circostanze richiedono invece il coinvolgimento degli adulti di riferimento.

Questo confine non è un dettaglio organizzativo: può diventare parte stessa del processo terapeutico, perché aiuta il ragazzo a sperimentare contemporaneamente autonomia e protezione.



Quale ruolo possono avere i genitori nel percorso?

Il coinvolgimento dei genitori dipende dal problema, dall’età e dagli obiettivi terapeutici.

In alcuni casi possono essere sufficienti colloqui periodici di aggiornamento generale; in altri è utile lavorare direttamente sulle dinamiche familiari, sulla comunicazione o sulle modalità con cui gli adulti rispondono al disagio del ragazzo.

Le linee guida NICE raccomandano di costruire un’alleanza terapeutica anche con la famiglia e, in alcuni quadri depressivi, considerano la terapia familiare tra le possibili opzioni.

Una revisione sistematica e meta-analisi del 2022 ha analizzato 19 studi randomizzati per un totale di 1.553 bambini e adolescenti con depressione. Gli interventi che coinvolgevano familiari o caregiver hanno mostrato un piccolo ma significativo beneficio rispetto a interventi senza coinvolgimento familiare, anche se gli autori sottolineano che servono ulteriori studi per capire in quali situazioni e con quali modalità il coinvolgimento sia più utile.

Questo significa che i genitori non devono necessariamente diventare “co-terapeuti”: possono però rappresentare una risorsa importante per sostenere il cambiamento fuori dalle sedute.

E se l’adolescente non vuole andare dallo psicologo?

È una situazione frequente.

Un adolescente può percepire la proposta dei genitori come un giudizio, una punizione o il tentativo di “aggiustarlo”. Forzare il percorso senza spiegazioni può quindi aumentare opposizione e diffidenza.

È preferibile presentare la consulenza come un’occasione per avere uno spazio personale in cui comprendere meglio cosa sta accadendo, non come la prova che “c’è qualcosa che non va”.

Se il ragazzo rifiuta, può essere comunque utile che i genitori chiedano inizialmente una consulenza per comprendere come avvicinare il problema e quali comportamenti familiari possano favorire o ostacolare la richiesta d’aiuto. Anche Top Doctors ha già sottolineato come, in alcune situazioni, il lavoro possa iniziare dai genitori quando l’adolescente non è ancora disponibile a partecipare direttamente.

Quanto dura una terapia in adolescenza?

Non esiste una durata standard.

Dipende dal motivo della richiesta, dalla gravità del disagio, dagli obiettivi concordati e dalla risposta del ragazzo al trattamento.

Per alcuni disturbi esistono indicazioni più precise. NICE, per esempio, raccomanda per gli adolescenti tra 12 e 18 anni con depressione moderata-grave una CBT individuale di almeno 3 mesi, considerando altre forme di psicoterapia quando questa non risponde ai bisogni individuali.

In altri casi il percorso può essere più breve o più lungo.

È importante inoltre valutare periodicamente se gli obiettivi iniziali stanno cambiando e se il ragazzo sta sviluppando maggiore capacità di comprendere e regolare emozioni, affrontare situazioni problematiche e recuperare funzionamento scolastico, sociale e familiare.

Quando serve anche una valutazione psichiatrica?

Psicoterapia e valutazione psichiatrica non sono alternative in competizione.

Una valutazione neuropsichiatrica o psichiatrica può essere necessaria quando i sintomi sono particolarmente intensi, esiste una marcata compromissione del funzionamento oppure emergono condizioni che richiedono un inquadramento medico.

Nei quadri depressivi moderati o gravi, ad esempio, NICE raccomanda una presa in carico specialistica e, quando viene valutata una terapia farmacologica, un attento monitoraggio e l’integrazione con un intervento psicologico.

La presenza di pensieri suicidari, autolesionismo, importanti alterazioni del comportamento, sintomi psicotici o rischio immediato per sé o per altri richiede una valutazione clinica tempestiva e non deve essere gestita come un normale problema adolescenziale.

Qual è l’obiettivo della psicoterapia in adolescenza?

L’obiettivo non è rendere un adolescente più obbediente né eliminare ogni conflitto con i genitori.

Il percorso può aiutarlo a riconoscere e regolare le emozioni, comprendere i propri pensieri e comportamenti, sviluppare strategie di coping, affrontare relazioni e cambiamenti e costruire maggiore autonomia.

La terapia deve inoltre tenere conto dell’ambiente nel quale il ragazzo vive. Famiglia, scuola, gruppo dei pari e mondo digitale possono rappresentare contemporaneamente fattori di rischio e risorse.

Per questo il lavoro terapeutico più efficace non considera soltanto “il sintomo dell’adolescente”, ma cerca di comprenderlo all’interno della sua fase di sviluppo e delle relazioni che lo circondano.


Riferimenti bibliografici