

Nella pratica clinica rivolta alle persone transgender e non-binarie (TNB) emerge sempre più chiaramente la necessità di affinare gli strumenti terapeutici per rispondere alle complesse conseguenze della marginalizzazione, dello stigma e dell’invalidazione. In questo contesto, un recente contributo teorico-clinico di Austin (2026) propone una prospettiva particolarmente significativa: adattare le otto fasi del protocollo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) a un framework affermativo, specificamente orientato al trattamento del trauma basato sull’identità.
Le persone transgender e non-binarie possono essere esposte a livelli elevati di traumatizzazione non a causa della propria identità, che non costituisce in alcun modo una patologia, ma in conseguenza di esperienze di invalidazione sistemica, rifiuto relazionale, discriminazione e gender minority stress.
In questa prospettiva, Austin propone di considerare la disforia di genere anche attraverso il concetto di trauma incarnato (embodied trauma). Esperienze ripetute come il misgendering, il rifiuto familiare o l’invalidazione possono infatti attivare risposte profonde di allarme e frammentazione a livello corporeo, che possono essere successivamente codificate all’interno di reti di memoria disadattive.
L’applicazione dell’EMDR con persone TNB richiede una particolare attenzione alla storia individuale e al vissuto identitario, introducendo modifiche mirate nelle diverse fasi del percorso terapeutico.
Nelle prime due fasi dell’EMDR, relative alla raccolta della storia clinica e alla preparazione, il terapeuta assume una postura non patologizzante e affermativa, creando un contesto di sicurezza e co-regolazione fondato sul riconoscimento e sul rispetto dell’identità della persona.
Il lavoro di stabilizzazione e resourcing può essere inoltre ampliato attraverso l’utilizzo di esperienze di euforia di genere (gender euphoria) e di figure protettive o di supporto, come la chosen family, cioè la rete di persone che la persona riconosce come propria famiglia affettiva.
Nelle fasi 3, 4 e 5, dedicate rispettivamente alla valutazione, alla desensibilizzazione e all’installazione della cognizione positiva, i bersagli del lavoro terapeutico possono comprendere esperienze di microaggressione, invalidazione e rifiuto vissute nel tempo.
Anche le cognizioni positive e gli interventi cognitivi vengono adattati alla specifica esperienza della persona, con l’obiettivo di sostenere l’autenticità, il senso di sé e la possibilità di confrontarsi con la propria realtà vissuta.
Particolare attenzione viene dedicata anche alle fasi 6 e 7, relative al body scan e alla chiusura della sessione.
L’esplorazione delle sensazioni corporee può essere flessibilizzata per evitare di riattivare o intensificare il disagio associato alla disforia. L’attenzione può quindi essere orientata verso aree corporee percepite come neutre o sicure, utilizzando anche ancoraggi somatici positivi.
La chiusura e la successiva rivalutazione contribuiscono a consolidare la stabilità raggiunta e a favorire l’integrazione di un senso di sé coerente e autentico nella vita quotidiana.
Integrare l’EMDR con un approccio affermativo significa considerare il successo della terapia non soltanto in termini di riduzione dei sintomi post-traumatici, ma anche come possibilità di ampliare la capacità della persona di accedere alla propria autenticità, alla speranza e all’euforia di genere.
La proposta di Austin rappresenta quindi un importante riferimento per i professionisti che desiderano sviluppare una pratica clinica capace di offrire alle persone transgender e non-binarie uno spazio sicuro, competente e rispettoso della loro esperienza e delle loro specificità individuali.