Infezione della protesi articolare: diagnosi e opzioni di trattamento

L’infezione della protesi articolare è una complicanza rara ma complessa, che può interessare protesi di anca, ginocchio o altre articolazioni. Riconoscerla presto è fondamentale per impostare il trattamento più adatto e aumentare le probabilità di successo.
Come si sospetta un’infezione della protesi
Il primo elemento è sempre la valutazione clinica. I segnali più comuni sono articolazione gonfia e calda, dolore persistente e febbre (non sempre presente).
A questi si associano gli esami del sangue, in particolare PCR (Proteina C-Reattiva) e VES.
Se questi valori risultano alterati, oppure se il sospetto clinico resta alto, si procede con un passaggio chiave: l’aspirazione articolare. Questo esame permette di analizzare il liquido sinoviale e ottenere informazioni utili su:
- numero di globuli bianchi
- percentuale di neutrofili
- presenza di batteri tramite coltura
- eventuali test specifici come l’alpha-defensina
Quando si può evitare la rimozione della protesi
Non tutte le infezioni richiedono la sostituzione dell’impianto. In alcuni casi selezionati si può tentare un trattamento conservativo chiamato DAIR (pulizia chirurgica, antibiotici e mantenimento della protesi).
Questa opzione è possibile solo se sono presenti condizioni precise:
- infezione recente (entro poche settimane)
- protesi stabile
- tessuti molli in buono stato
- assenza di fistole
- batteri sensibili agli antibiotici
In questi casi si esegue una pulizia chirurgica accurata, con lavaggio dell’articolazione e sostituzione delle componenti modulari.
Quando è necessaria la revisione protesica
Se l’infezione è più avanzata o non controllabile, si deve rimuovere la protesi. Le situazioni tipiche sono:
- infezione cronica (sintomi da oltre 3–4 settimane)
- protesi instabile o mobilizzata
- presenza di fistola cutanea
- tessuti molli compromessi
- infezioni da batteri resistenti
- fallimento di un precedente trattamento conservativo DAIR
In questi casi si parla di revisione protesica, che può essere eseguita in uno o due tempi.
Revisione in uno stadio o in due stadi: differenze
Revisione in uno stadio (one-stage)
La protesi viene rimossa e sostituita nella stessa seduta. È indicata solo in casi selezionati, precisamente quando il batterio è noto, è sensibile agli antibiotici e i tessuti sono in buone condizioni.
Revisione in due stadi (two-stage)
È l’approccio più utilizzato nelle infezioni croniche. Prevede la rimozione della protesi e la pulizia chirurgica, l'inserimento di uno spaziatore antibiotato, una terapia antibiotica mirata e il reimpianto della nuova protesi, dopo alcune settimane o mesi.
Questo metodo è considerato il riferimento nei casi più complessi.
Il ruolo degli spaziatori antibiotati
Gli spaziatori antibiotati sono dispositivi temporanei in cemento che rilasciano antibiotici direttamente nell’articolazione.
Hanno più funzioni:
- rilascio locale ad alta concentrazione di antibiotici
- mantenimento dello spazio articolare
- riduzione della rigidità
- supporto alla stabilità dell’arto
In molti casi permettono anche un minimo di movimento e carico, aiutando il paziente a mantenere una certa autonomia durante il trattamento
Probabilità di successo del trattamento
I risultati dipendono da diversi fattori: tipo di infezione, rapidità della diagnosi, condizioni del paziente e scelta del trattamento.
In generale:
- DAIR nelle infezioni acute: circa 60% di successo
- revisione in uno stadio: 60–80% nei casi selezionati
- revisione in due stadi: 80–90%
Oggi, grazie a un approccio multidisciplinare che coinvolge ortopedico, infettivologo e microbiologo, nella maggior parte dei casi è possibile controllare o eradicare l’infezione.
L’infezione della protesi articolare è una condizione complessa, ma oggi gestibile nella maggior parte dei casi. La chiave è:
- diagnosi precoce
- scelta corretta del trattamento
- collaborazione tra specialisti
Molti pazienti sottovalutano dolore o gonfiore dopo l’intervento. Questo ritarda la diagnosi e riduce le opzioni conservative.
Intervenire presto può fare la differenza tra salvare la protesi e doverla sostituire.
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