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Artrosi d’anca: percorso completo di cura tra terapie conservative e protesi

L’artrosi d’anca è una condizione complessa che richiede un approccio personalizzato e multidimensionale. Non si tratta soltanto di curare il dolore, ma anche di gestire la progressione della malattia. Come specialista in ortopedia, ritengo essenziale distinguere tra curare l’artrosi e guarirla, perché spesso c’è confusione su questi due concetti

La valutazione iniziale: un primo passo fondamentale

Una corretta diagnosi da parte dello specialista dell’anca prende in considerazione molteplici fattori: dai sintomi riferiti dal paziente alle condizioni anatomiche e funzionali dell’articolazione. L’obiettivo è identificare non solo cosa sta causando il dolore, ma anche quali condizioni è possibile correggere per rallentare la progressione dell’artrosi.

Strategie non chirurgiche: cosa è possibile fare subito

Per le forme di artrosi primaria (senza una causa evidente), il trattamento iniziale prevede interventi di tipo conservativo:

  • Riduzione del peso corporeo attraverso un’alimentazione equilibrata, poiché il sovraccarico meccanico sulle articolazioni peggiora i sintomi.
  • Diminuire gli sforzi articolari, laddove possibile: si consiglia di preferire attività poco impattanti come nuoto o nordic walking.
  • Ginnastica dolce e fisioterapia, per mantenere l’elasticità articolare ed evitare la rigidità.


Il peso è un fattore chiave: non solo grava meccanicamente sulla cartilagine, ma il tessuto adiposo rilascia adipochine, molecole infiammatorie che possono danneggiare la cartilagine stessa.


Dal punto di vista farmacologico, si utilizzano farmaci antinfiammatori e la fisioterapia per controllare il dolore e migliorare la funzionalità. Gli integratori di glucosamina sono spesso utili e generalmente ben tollerati. In alcune forme di artrosi iniziale, si ricorre a infiltrazioni di acido ialuronico ad alta densità guidate da ecografia (viscosupplementazione) o a infiltrazioni con PRP e cellule staminali per migliorare i sintomi e ridurre l’infiammazione.

Quando l’artrosi ha una causa nota: il percorso secondario

Nei casi di artrosi secondaria, legata a cause riconoscibili — come conflitto femoro-acetabolare, osteonecrosi, displasia dell’anca o traumi — è fondamentale una diagnosi precoce e precisa. In alcune situazioni, se la struttura anatomica lo permette, può essere utile intervenire in artroscopia per risolvere il conflitto osseo e riparare eventuali danni alla cartilagine o al labbro acetabolare.


Se la causa non è eliminabile o l’artrosi è già sintomatica, si ricorre alle stesse terapie conservative delle forme primarie: controllo del peso, riduzione del carico, fisioterapia, farmaci e infiltrazioni ecoguidate.

Quando l’intervento diventa necessario: la protesi d’anca

In presenza di artrosi d’anca avanzata, quando le terapie conservative non sono più sufficienti, l’unico trattamento davvero efficace è la sostituzione articolare con protesi d’anca. Numerosi studi scientifici dimostrano come la protesi permetta di eliminare il dolore, ripristinare la mobilità e riportare una cinematica articolare quasi fisiologica.


La protesi mini-invasiva anteriore rappresenta un grande passo avanti: grazie al rispetto delle strutture muscolari, ossee e legamentose, consente un recupero più rapido e meno doloroso, minimizzando il trauma chirurgico e accelerando il ritorno alle attività quotidiane.


Altri interventi come l’artrodesi sono ormai poco utilizzati, mentre le osteotomie sono riservate a pazienti giovani e selezionati. L’artroscopia può essere utile per risolvere conflitti o riparare la cartilagine in casi iniziali, ma non è indicata nelle artrosi d’anca avanzate.