HIV e Gravidanza: quali sono i rischi oggi?

Il virus dell’immuno-deficienza acquisita (HIV) è comparso a metà degli anni ’80 e da allora molte cose sono mutate. Ne parla il Prof. Giorgio Bentivoglio, esperto in Ginecologia a Genova
Com’è cambiata la vita delle pazienti HIV+?
Mentre nei primi anni la diagnosi portava ad una condanna a morte quasi certa, efficaci terapie anti retrovirali hanno cambiato la prognosi e con essa il quadro sociale. Anche la riduzione degli effetti collaterali e la facilità di assunzione hanno contribuito a “normalizzare” la vita dei pazienti.
I soggetti affetti, se consapevoli e seguiti, sono ora dei “semplici” malati cronici, spesso asintomatici, e pertanto la loro aspettativa di vita (durata e qualità) non si discosta da quella di altre persone, quali quelle affette da diabete, cardiopatie, ipertensione, ecc.
Il mio punto di vista di Ginecologo ha visto trasformarsi la tipologia delle pazienti: prima frequentemente legate a tossicodipendenza e giovane età, ora sono di età superiore e di diversa estrazione socio culturale. Negli anni ’80 e ’90 la domanda ostetrica era soprattutto rivolta alla interruzione di gravidanza (IVG), per poi diventare sempre di più di sostegno alla gestione della gravidanza (con particolare riguardo ad evitare la trasmissione materno-fetale del virus), e infine, spesso, alla ricerca di una gravidanza in una coppia infertile.

Attualmente molte pazienti, come già accennato, sono entrate “occasionalmente” in contatto con il virus e, dopo lo shock della diagnosi, hanno vissuto un periodo più o meno lungo di incertezza relativa al loro futuro; poi, grazie alle terapie ed al loro comportamento si sono rese conto di poter non solo sopravvivere, ma anche di costruirsi una famiglia ed avere dei figli.
Non è infrequente che la coppia sia “discordante”, cioè che la positività per l’HIV, sia di un solo componente. Grazie alle terapie ora in uso è possibile difendere dall’infezione il soggetto sano utilizzando attenzione nella vita quotidiana e il condom nei rapporti.
La gravidanza in Paziente HIV+ non presenta differenze per quanto riguarda il (buon) comportamento generale (norme igieniche, alimentazione, eventuale supporto di farmaci/integratori); in più sono solo da effettuare controlli relativi al loro stato immunitario (carica virale (CV) ed i linfociti CD4 e CD8).
Quanto è alto il rischio di trasmissione per il neonato?
La possibilità di passaggio del virus al nascituro è praticamente nulla nei primi mesi ed aumenta con l’epoca gestazionale, in relazione alla maggior possibilità di attraversare la placenta.
Momento di massimo rischio è il parto, anche se, attualmente, le gravide vi giungono in condizioni di viremia minimale e pertanto con rischio quasi azzerato. Ciononostante la raccomandazione di effettuare un parto mediante taglio cesareo, che nel 1994 si era dimostrata da sola in grado di ridurre a un terzo la trasmissione verticale, può ancora ritenersi valida se non per la trasmissione mamma-bambino quanto per la possibilità di programmare con le dovute cautele un evento che deve essere lieto, senza arrecare danno potenziale al Personale, che deve essere adeguatamente specializzato.
L’allattamento al seno deve essere sconsigliato per non aggiungere un ulteriore (anche se ora basso) rischio di trasmissione.
Grazie a questi progressi nell’approccio alla gravidanza HIV+ il tasso di trasmissione al neonato, nella nostra esperienza genovese, si è ridotto negli ultimi 20 anni praticamente zero.

