I sintomi non motori della Malattia di Parkinson

Autore: Prof. Alessandro Denaro
Pubblicato: | Aggiornato: 18/06/2018
Editor: Top Doctors®

Il nostro esperto, il Prof. Alessandro Denaro, esperto in Neurologia a Roma, ci parla dei segnali non motori precoci con cui si può presentare la malattia di Parkinson e come riconoscerli.

 

La malattia di Parkinson è normalmente conosciuta per la presenza di sintomi motori, in particolare tremore, bradicinesia, ossia il rallentamento nell’esecuzione di movimenti e rigidità muscolare.

Dove si origina la malattia di Parkinson?

Gli studi di Braak, in realtà, individuano una progressione della malattia che inizia nelle regioni più profonde del cervello (nel tronco encefalico) e procede sviluppandosi verso l’esterno passando per una fase preclinica. Questa ipotesi di evoluzione della malattia comporta, quindi, il coinvolgimento di più strutture e più trasmettitori che si manifesta con sintomi sia motori che non motori. È quindi teoricamente possibile identificare sintomi e segni precoci che precedono l’insorgenza delle tipiche manifestazioni motorie.

Quali sono i sintomi non motori del morbo di Parkinson?

I sintomi non motori della malattia di Parkinson possono essere i disturbi dell’olfatto, del sonno, sintomi psichiatrici (depressione, ansia, apatia), stipsi, alterazioni minzionali, impotenza ed altri. I disturbi del sonno con eccessiva sonnolenza diurna possono precedere l’insorgenza della malattia di Parkinson così come i disturbi del comportamento durante le fasi REM del sonno con atteggiamenti violenti, aggressività soliloquio. Ugualmente uno studio prospettico ha evidenziato un rischio di insorgenza di Parkinson tre volte maggiore dopo 10 anni dall’insorgenza della stipsi.

Depressione e morbo di Parkinson

La depressione colpisce circa il 40% dei soggetti affetti dal morbo di Parkinson e si presenta con la perdita di interesse per attività sociali, ridotta capacità di concentrazione ed iniziativa fino ad apatia e anedonia, cioè l’incapacità di sperimentare piacere in nessun ambito. La presenza della depressione correla con la gravità del quadro clinico e incrementa il rischio di deterioramento cognitivo.

I disturbi cognitivi

Le alterazioni cognitive, sebbene identificate nelle prime descrizioni della malattia, sono state a lungo considerate un aspetto delle fasi terminali della malattia o un fenomeno intercorrente e negli ultimi 20 anni si è avuto un significativo incremento delle conoscenze in proposito. I fattori di rischio per lo sviluppo del deficit cognitivo sono l’età avanzata all’esordio dei sintomi motori, la precoce insorgenza di confusione o sintomi psicotici, disturbi di linguaggio e della fluenza verbale, la depressione e tra i sintomi motori la bradicinesia. Frequenti (circa 40%) sono le allucinazioni correlate alla durata della malattia e al deficit cognitivo. Nei pazienti non dementi la capacità critica è molto spesso mantenuta e le allucinazioni semplici possono precedere allucinazioni visive complesse. Queste hanno un contenuto e aspetto specifico (volti, oggetti, animali) e di solito sono mute. In particolare le allucinazioni associate al trattamento sono prive di significato pericoloso e per tale motivo sono poco frequentemente riferite dal paziente. La comparsa dei deficit cognitivi impatta in modo significativo sulla gestione del paziente e sulla qualità della vita con incrementata sensibilità ai farmaci, necessità di ospedalizzazione e aumento del rischio di decesso.

Allo stato attuale è possibile una diagnosi precoce della malattia con un attenta valutazione dei sintomi e dei segni clinici non motori associata alla diagnostica strumentale (Tomografia a emissione di fotone singolo, Risonanza Magnetica Nucleare) e ad una valutazione neuropsicologica dedicata.

Prof. Alessandro Denaro
Neurologia

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