Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB): scopri di più!

L’ipertrofia prostatica, anche meglio detta iperplasia prostatica, è una patologia molto comune nell’uomo, la cui incidenza aumenta con l’aumentare dell’età, a partire dai 40/50 anni, caratterizzata appunto da un incremento progressivo di volume della prostata. Approfondiamo questo argomento con il Dott. Massimo Perachino, specialista in Urologia
Quali sono i fattori predisponenti?
Il fattore predisponente più importante è appunto quello di essere un maschio e di “crescere”: man mano che cresciamo noi, cresce anche la nostra prostata per l’azione congiunta degli ormoni maschili prodotti dal testicolo, che vengono convertiti e modificati all’interno della ghiandola prostatica. Questo causa uno sbilanciamento tra il processo di morte cellulare, che è fisiologico, e quello di proliferazione cellulare a favore di quest’ultimo.
Vi sono poi alcuni fattori di rischio in gradi di accelerare il problema tra i quali la concomitanza di sindrome metabolica, obesità e predisposizione genetica.
La sindrome metabolica è una situazione purtroppo assai comune nel maschio oltre i 50 anni alle nostre latitudini, caratterizzata dalla coesistenza di ipertensione, intolleranza al glucosio o diabete mellito e dislipidemia.

Quali sono i sintomi?
La prostata è un organo sessuale, responsabile cioè della produzione della parte liquida del seme maschile; per la sua posizione anatomica attraversata dall’uretra (il canale dell’urina) appare intuitivo come disturbi prostatici portino facilmente a sintomi urinari, che vengono definiti LUTS, tra i quali:
- Riduzione del getto urinario
- Aumento della frequenza urinaria sia di giorno che di notte
- Sensazione di svuotamento incompleto della vescica
- Comparsa di fastidi o dolore durante la minzione
- Urgenza minzionale
- Perdita di urina (incontinenza urinaria)
Nei casi più gravi si può arrivare alla ritenzione completa di urina, ossia l’impossibilità ad espellere l’urina con necessità di cateterismo.
Quali sono i trattamenti?
In primo luogo vi sono numerosi farmaci, efficaci soprattutto negli stadi iniziali di malattia, come ad esempio gli alfa bloccanti (Tamsulosin, Alfuzosina, Silodosina, ecc.) o gli inibitori ormonali (Dutasteride e Finasteride); in casi selezionati questi farmaci vengono prescritti in associazione tra loro.
Purtroppo però, a volte, la terapia farmacologica non è sufficiente e quindi si deve ricorrere a trattamenti mininvasivi o ad interventi chirurgici.
L’intervento chirurgico tradizionale è quello endoscopico (senza quindi dover tagliare), chiamato TURP, e consiste nell’asportazione della parte di prostata che ostacola il deflusso urinario. La stessa funzione può essere eseguita con l’ausilio del Laser (HOLEP).
Vi sono poi delle tecniche mininvasive quali Urolift, Aquablation o Rezum; in alcune di queste il tessuto viene asportato con necessità di anestesia (Aquablation e Rezum) o compresso in anestesia locale (Urolift).
In pratica, per ogni paziente con problemi di ipertrofia prostatica vi è una terapia adatta e sarà lo specialista a suggerire gli esami giusti da eseguire, con lo scopo di determinare quale trattamento sia più adatto per quel determinato paziente (terapia “sartoriale”).

