Ipnosi in medicina: superiamo i pregiudizi!

Autore: Prof. Enrico Facco
Pubblicato:
Editor: Jennifer Verta

L’ipnosi agisce sulle aree cerebrali inconsce tra cui quella responsabile della percezione del dolore. Per la mancanza di effetti collaterali, il suo impiego è indicato per questa ragioni per quei pazienti che non possono sottoporsi a terapie farmacologiche. Ce ne parla il Dott. Enrico Facco, esperto in Terapia del Dolore a Pavia

Quando è nata l’ipnosi?

L’ipnosi è uno stato naturale caratterizzato da focalizzazione dell’attenzione e assorbimento. Convenzionalmente la tecnica nasce in Europa nel XVIII secolo con Franz Mesmer, ma in realtà risale alle pratiche meditative e di guarigione orientali. In occidente elementi ipnotici si ritrovano nei templi di Imhotep nell’antico Egitto, nella medicina di Parmenide e della scuola Eleatica e nei riti di incubazione nei templi di Apollo e di Asclepio (Ippocrate stesso era un Asclepiade). Alcune centinaia di interventi chirurgici eseguiti con successo in ipnosi sono già rintracciabili nel 1800, un periodo in cui non esisteva ancora l’anestesia farmacologica, ma questo non è stato sufficiente a smontare i pregiudizi della classe medica dell’epoca e dal 1860 circa, ossia con l’introduzione dei primi farmaci anestetici, l’ipnosi ha iniziato il suo declino, fino ad essere sepolta nell’oblio o ritenuta al massimo un fenomeno da baraccone.

Su quali aree cerebrali agisce l’ipnosi?

Negli ultimi vent’anni, però, vari studi si sono focalizzati sull’ipnosi e grazie a test di neuroimaging funzione cerebrale è stato dimostrato che l’ipnosi permette di influire intenzionalmente sull’attività di diverse aree cerebrali inconsce, tra cui anche la neuromotrice del dolore. Grazie all’azione su questi recettori è dunque possibile l’effetto analgesico e di blocco neurovegetativo ed endocrino allo stress chirurgico. Quest’ultimo rende l’ipnosi, oltre che una tecnica utilissima nella terapia dei disturbi ansiosi, depressivi e psicosomatici, anche un vero e proprio potente analgesico, in grado di reggere il confronto con gli effetti dell’anestesia farmacologica.

Tutti possono beneficiare dell’ipnosi?

Ovviamente non tutti i pazienti e non tutta la chirurgia possono essere condotti con la sola ipnosi. Grossolanamente si può stimare che almeno l’80% dei pazienti possa vantaggiosamente utilizzare l’ipnosi per la sedazione e circa un terzo della popolazione possa raggiungere un’analgesia di livello chirurgico. L’abilità ipnotica, che è una capacità del soggetto e non un potere dell’operatore, può inoltre, essere facilmente testata con opportune scale come l’Hypnotic Induction Profile.

Come può essere utilizzata l’ipnosi?

L’ipnosi può dunque essere utilizzata con successo in chirurgia come effetto sedativo (per esempio in odontoiatria, nelle manovre chirurgiche minori, ma anche in quelle più invasive), ma anche in combinazione con le anestesie farmacologiche con il fine di rendere più rapida e semplice la guarigione. Sono infatti noti gli effetti benefici sull’ansia e sulle risposte somatiche allo stress nei pazienti che impiegano questa tecnica. L’ipnosi ha un ruolo specifico, talora insostituibile, anche nella terapia del dolore cronico. Questi non è infatti un mero sintomo di patologie organiche, ma è un fenomeno funzionale complesso, almeno parzialmente indipendente da esse: è quindi opportuno capire, in presenza di effettive lesioni, quali sia il loro ruolo, ossia se esse siano causa, concausa o coincidenza. Il dolore cronico non è infatti solo il sintomo di una malattia organica, ma è sofferenza dell’intero individuo; questo può a sua volta può dare luogo ad una sintomatologia psicosomatica più o meno importante che può innescare un circolo vizioso. Per questa ragione è bene intervenire tenendo sempre presente che la terapia non deve trattare solo il sintomo dolore, ma il soggetto che soffre.

Quali sono i vantaggi dell’ipnosi?

L’ipnosi non richiede apparecchiature o farmaci e quindi non ha effetti avversi e potenzialmente può sempre essere applicata in relazione all’abilità del paziente. Non presenta, inoltre, effetti collaterali rilevanti quando eseguita da personale esperto; dunque, non può più essere esclusa a priori come opzione di trattamento per quelle persone malate che non trovano risposte soddisfacenti dalla terapia farmacologica.

Prof. Enrico Facco
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