Laser Verde: sai per che cosa si utilizza?

L’ipertrofia prostatica benigna è una patologia che colpisce gli uomini dopo i 40 anni e consiste nell’ingrossamento della ghiandola prostatica. Questo ingrossamento causa un’occlusione del canale uretrale e, di conseguenza, interferisce con la capacità di urinare. Per trattare tale condizione è possibile ricorrere al cosiddetto laser verde. Cerchiamo di capire di che cosa si tratta grazie all’intervento del Prof. Salvatore Voce, specialista in Urologia e Andrologia
Che cosa si intende per laser verde?
Il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna (IPB) può avvalersi oggi di una nuova tecnologia mini-invasiva, nota come laser verde o GreenLight laser.
Questo trattamento rappresenta una soluzione innovativa, capace di vaporizzare e contestualmente coagulare il tessuto prostatico in eccesso della zona centrale della prostata, ripristinando un ampio canale per il flusso d’urina.
A che cosa serve?
Con la tecnologia GreenLight è possibile rimuovere in modo risolutivo il tessuto prostatico in eccesso causante disturbi urinari irritativi e ostruttivi, tipici dei soggetti con età superiore ai 50 anni.
Un vantaggio clinico significativo è la possibilità di utilizzare questa procedura in pazienti che assumono doppia terapia antiaggregante senza la necessità di interrompere la somministrazione di farmaci.
Il laser verde opera con una lunghezza d’onda di 532 nm, che viene assorbita in modo specifico dall’emoglobina presente nel sangue. Di conseguenza, i tessuti altamente vascolarizzati come la prostata possono essere vaporizzati con efficienza, garantendo un'emostasi vascolare efficace e riducendo il rischio di sanguinamento.

Come si esegue?
La procedura viene eseguita in endoscopia, utilizzando un cistoscopio attraverso il quale viene inserita in uretra una sottile fibra ottica, che emette impulsi di luce laser che colpiscono il tessuto prostatico ostruente, trasformandolo rapidamente in vapore. Una volta terminata la procedura si posizionerà un catetere vescicale.
La durata della procedura varia in media dai 45 ai 60 minuti, a seconda delle dimensioni della prostata, ed è solitamente eseguita in anestesia spinale.
Com’è il recupero post-intervento?
Dopo l’intervento è previsto un ricovero di 24 ore e la rimozione catetere vescicale avviene il giorno successivo, a differenza dei 3 giorni della resezione endoscopica.
Essendo una procedura transuretrale, i pazienti possono riprendere le loro normali attività entro pochi giorni, mentre sforzi fisici intensi dovrebbero essere evitati per le prime tre settimane.
I risultati sono immediati e comparabili a quelli della chirurgia tradizionale ma con un minor tasso di effetti collaterali e complicanze.
Solitamente si osserva un notevole miglioramento del flusso urinario già 24 ore dopo il trattamento.
Esistono dei rischi o delle controindicazioni?
Le complicanze post-operatorie sono rare e di lieve entità quando si presentano quando si verificano.
L'effetto collaterale più comune è l’eiaculazione retrograda, che si verifica quando il liquido seminale, normalmente espulso attraverso l'uretra, rifluisce in vescica.
Il rischio, compreso tra il 50% e il 95% dei casi, è sovrapponibile alle altre tecniche disostruttive. L’incontinenza urinaria è estremamente rara, con un rischio inferiore a 1 su 500 casi.
Nel post-operatorio potrebbe manifestarsi una sintomatologia simile a quella di una cistite, caratterizzata da minzioni frequenti, urgenza, disuria, che tende a risolversi gradualmente.
L’intervento è controindicato per i pazienti con disturbi emorragici non controllati, neoplasia prostatica, infezioni delle vie urinarie, o grave stenosi uretrale.

