Nefropatia diabetica: come riconoscere e proteggere il rene nel diabete?
La nefropatia diabetica, oggi più spesso inquadrata come malattia renale cronica associata al diabete, può svilupparsi senza sintomi evidenti. In Endocrinologia e Diabetologia, il punto fondamentale è intercettare precocemente il danno attraverso albuminuria ed eGFR, perché la sola creatinina non descrive completamente la salute renale e il rischio varia molto da persona a persona.
Che cos’è la nefropatia diabetica e quanto è frequente?
Il diabete può danneggiare progressivamente i piccoli vasi e le strutture che filtrano il sangue all’interno dei reni. Le linee guida dell’American Diabetes Association (ADA) 2026 indicano che la malattia renale cronica interessa circa il 20-40% delle persone con diabete.
Nel diabete tipo 1 il danno renale compare generalmente dopo alcuni anni di malattia: l’ADA indica come presentazione più comune un intervallo di circa 5-15 anni dalla diagnosi. Nel diabete tipo 2, invece, la malattia renale può essere già presente quando viene diagnosticato il diabete, proprio perché l’alterazione metabolica può essere rimasta silenziosa per molto tempo.
La malattia renale diabetica è inoltre importante non soltanto per il rischio di insufficienza renale: la presenza di malattia renale cronica aumenta anche il rischio cardiovascolare, motivo per cui oggi il trattamento viene impostato considerando contemporaneamente rene, cuore e metabolismo.
Quali sintomi può dare il danno renale causato dal diabete?
Nelle fasi iniziali la nefropatia diabetica può essere completamente asintomatica. Per questo non è opportuno aspettare gonfiore, alterazioni della diuresi o altri disturbi prima di controllare la funzione renale.
Secondo gli Standard ADA 2026, la malattia renale cronica viene identificata dalla persistenza di albuminuria, da un filtrato glomerulare stimato (eGFR) inferiore a 60 mL/min/1,73 m² oppure da altre evidenze di danno renale.
Con la progressione della malattia possono comparire complicanze legate alla riduzione della funzione renale. L’ADA segnala che queste diventano generalmente più frequenti quando l’eGFR scende sotto 60 mL/min/1,73 m², rendendo necessari controlli progressivamente più ravvicinati.
Perché controllare solo la creatinina non basta nella nefropatia diabetica?
Questo è uno degli aspetti più importanti per comprendere la gestione moderna della nefropatia diabetica. Un valore di creatinina apparentemente rassicurante non esclude da solo un danno renale iniziale. Le linee guida ADA e KDIGO raccomandano di considerare insieme almeno due parametri: eGFR e rapporto albumina/creatinina urinaria (UACR).
L’UACR si misura su un campione di urine e indica quanta albumina viene eliminata dal rene. L’ADA definisce:
meno di 30 mg/g: albuminuria normale o lievemente aumentata;
30-299 mg/g: albuminuria moderatamente aumentata;
300 mg/g o più: albuminuria severamente aumentata.
Un singolo risultato alterato, però, non basta sempre per una diagnosi. L’escrezione di albumina presenta una variabilità biologica superiore al 20% e può aumentare temporaneamente dopo attività fisica, durante infezioni, febbre, iperglicemia marcata o ipertensione importante. Per questo l’ADA suggerisce che almeno 2 campioni su 3 nell’arco di 3-6 mesi risultino alterati prima di considerare persistente un aumento dell’albuminuria.
È proprio la combinazione tra albuminuria ed eGFR a permettere una valutazione più precisa del rischio di progressione renale e cardiovascolare.
Quando deve iniziare lo screening renale nella persona con diabete?
L’ADA 2026 raccomanda di controllare UACR ed eGFR almeno una volta all’anno in tutte le persone con diabete tipo 2, indipendentemente dalla terapia utilizzata. Nel diabete tipo 1 lo screening annuale è indicato dopo almeno 5 anni di durata della malattia.
Quando la malattia renale è già presente, la frequenza aumenta in base allo stadio e al rischio: le linee guida indicano generalmente da 1 a 4 controlli all’anno, fino a valutazioni ogni 1-3 mesi nei quadri più avanzati.
Anche il Vademecum della Società Italiana di Diabetologia dedicato alla malattia renale cronica sottolinea l’importanza di diagnosi, follow-up e collaborazione tra diabetologo e nefrologo nella gestione di questa complicanza.
Come si può rallentare la progressione del danno renale?
La gestione moderna non punta su un singolo parametro. Le linee guida KDIGO descrivono un approccio complessivo che comprende controllo metabolico, pressione arteriosa, stile di vita e farmaci con documentato beneficio renale e cardiovascolare, quando indicati.
L’ADA 2026 indica come obiettivo pressorio, quando raggiungibile in sicurezza, valori inferiori a 130/80 mmHg, suggerendo di considerare anche una pressione sistolica inferiore a 120 mmHg in pazienti appropriati. Gli obiettivi devono comunque essere personalizzati sulla base di età, comorbidità e tollerabilità.
In presenza di diabete, ipertensione e albuminuria, possono essere indicati farmaci che agiscono sul sistema renina-angiotensina. Per albuminuria pari o superiore a 300 mg/g e/o eGFR inferiore a 60 mL/min/1,73 m², l’ADA attribuisce una raccomandazione forte all’utilizzo di questa strategia quando appropriata, con monitoraggio della funzione renale e del potassio.
Ogni scelta farmacologica deve essere definita individualmente dal medico, soprattutto perché la riduzione della funzione renale può modificare efficacia, sicurezza e gestione di diversi trattamenti.
Quali terapie hanno cambiato la protezione renale nel diabete tipo 2?
Negli ultimi anni l’obiettivo della terapia non è più soltanto ridurre la glicemia. Alcune classi di farmaci hanno dimostrato benefici specifici sulla progressione della malattia renale e sul rischio cardiovascolare.
Gli Standard ADA 2026 raccomandano, nelle persone con diabete tipo 2 e malattia renale cronica, l’utilizzo di un inibitore SGLT2 con beneficio documentato quando l’eGFR è almeno 20 mL/min/1,73 m², se appropriato per il singolo paziente.
Anche gli agonisti del recettore GLP-1 con beneficio documentato possono avere un ruolo, soprattutto quando sono presenti elevato rischio cardiovascolare, necessità di controllo metabolico o malattia renale avanzata. L’ADA 2026 indica, nel diabete tipo 2 con eGFR inferiore a 30 mL/min/1,73 m², una preferenza per questa classe ai fini della gestione glicemica e della riduzione del rischio cardiovascolare.
Per alcuni pazienti con diabete tipo 2, malattia renale e albuminuria persistente può inoltre essere considerato un antagonista non steroideo del recettore dei mineralcorticoidi con benefici renali e cardiovascolari documentati. L’ADA 2026 ne raccomanda l'impiego, quando indicato, con eGFR almeno 25 mL/min/1,73 m² e monitoraggio del potassio.
Queste opzioni non sono intercambiabili né automaticamente indicate per ogni paziente: terapia diabetologica, pressione, funzione renale, albuminuria e rischio cardiovascolare devono essere valutati insieme.
Quando bisogna coinvolgere anche il nefrologo?
Diabetologo e nefrologo hanno ruoli complementari. Secondo l’ADA, una consulenza nefrologica dovrebbe essere considerata quando l’UACR continua ad aumentare, l’eGFR continua a diminuire, la causa della malattia renale non è chiara o la gestione diventa complessa.
Il coinvolgimento nefrologico assume particolare importanza quando l’eGFR scende sotto 30 mL/min/1,73 m², cioè nello stadio G4 della malattia renale cronica, oppure in presenza di anemia, ipertensione resistente, alterazioni elettrolitiche, disturbi del metabolismo osseo o albuminuria significativa nonostante un trattamento adeguato.
Un andamento insolito deve inoltre far considerare cause renali diverse dal diabete. L’ADA segnala, tra gli elementi meritevoli di approfondimento, un declino rapido dell’eGFR, sedimento urinario attivo o un rapido aumento della proteinuria.
Cosa può fare concretamente una persona con diabete per proteggere i reni?
La prima misura è non aspettare i sintomi. UACR ed eGFR permettono di individuare alterazioni quando il paziente può sentirsi ancora perfettamente bene.
È utile inoltre mantenere regolari controlli di glicemia, pressione arteriosa e profilo cardiovascolare, evitare il fumo e discutere con il medico eventuali farmaci o sostanze potenzialmente problematiche in presenza di ridotta funzione renale. KDIGO pone infatti la gestione della malattia renale diabetica all’interno di un percorso integrato che comprende stile di vita, gestione metabolica e protezione cardiovascolare.
La frequenza dei controlli e gli obiettivi terapeutici non devono essere uguali per tutti. Una persona con UACR normale ed eGFR conservato ha esigenze diverse da chi presenta albuminuria elevata o una progressiva riduzione della filtrazione renale. Individuare precocemente il proprio livello di rischio permette di intervenire prima che il danno diventi avanzato.
Riferimenti (APA)
- American Diabetes Association Professional Practice Committee for Diabetes. (2026). 11. Chronic Kidney Disease and Risk Management: Standards of Care in Diabetes—2026. Diabetes Care, 49(Suppl. 1), S246–S260. https://diabetesjournals.org/care/article/49/Supplement_1/S246/163914/11-Chronic-Kidney-Disease-and-Risk-Management
- Società Italiana di Diabetologia (SID). (2024). Vademecum per la gestione della malattia renale cronica nella persona con diabete. https://www.siditalia.it/clinica/standard-di-cura-e-linee-guida-sid


