Sand Play Therapy: che cos’è e a cosa serve

Autore: Dott.ssa Concetta Di Bartolomeo
Pubblicato:
Editor: Sharon Campolongo

In questo articolo la Dott.ssa Concetta Di Bartolomeo, esperta in Psicologia e Psicoterapia a Roma, ci spiega che cos’è e a cosa serve la Sand Play Therapy

Quali sono le origini della Sand Play Therapy?

La Sand Play Therapy è una tecnica terapeutica che nasce in Svizzera, in un paesino sul lago di Zurigo, da un’innovazione della psicoanalista junghiana Dora Maria Kalff, allieva di Carl Gustav Jung, e arriva in Italia all’inizio degli anni Settanta grazie ad alcuni pionieri psicoanalisti che si recarono a conoscere questa donna eclettica e colta e a sperimentare la nuova tecnica. La Kalff, appassionata di filosofia e religione, aveva nel suo studio migliaia di piccoli oggetti riportati dai suoi viaggi tra cui, oltre a materiale naturale (legni, conchiglie, pietre, ecc.), anche statuine con significato simbolico. L’utilizzo degli oggetti attraverso il gioco libero all’interno di una sabbiera era già stato sperimentato da Margaret Lowenfeld e la Kalff si era recata a Londra per apprendere questo tipo di psicoterapia infantile, che integrò con i principi teorici della psicologia analitica junghiana.

In che cosa consiste la Sand Play Therapy?

Consiste in una cassetta piena di sabbia di dimensioni prestabilite (cm 75x72x7) che corrispondono al campo visivo, all’interno della quale viene chiesto al paziente di realizzare una scena utilizzando le miniature che il terapeuta, il quale deve essersi specificamente formato presso l’AISPT (Associazione Italiana Sand Play Therapy), conserva su apposite scaffalature che si trovano nella stanza di analisi. Sebbene il termine “Gioco della sabbia” possa far pensare ad una tecnica facilmente accessibile a tutti, si tratta in realtà di un lavoro molto profondo, che si inserisce in un contesto di setting analitico e che si aggiunge all’uso della parola e all’interpretazione dei sogni. Spesso le mani sanno svelare un segreto attorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente, diceva Jung, ed infatti le immagini che vengono realizzate, evocano aspetti archetipici profondi e attivano un processo di cambiamento autonomo nel paziente, che il terapeuta è in grado di comprendere, così permettendo il processo di guarigione.

Per che cosa viene utilizzata questo tipo di terapia?

Proprio per la tipica caratteristica di essere efficace senza necessità dell’uso della parola, viene principalmente utilizzata per la psicoterapia infantile. Con i bambini, la psicoterapia consiste in una terapia di gioco e l’uso della Sand Play, che essi amano molto, aggiunge al gioco libero la possibilità di un contenimento (lo spazio delimitato) e della comprensione simbolica degli oggetti utilizzati, fondamentale per raggiungere il mondo interno del bambino. Si utilizza, inoltre, nelle patologie della fase nota come “orale” (obesità, anoressia, depressione), perché lo “spazio libero e protetto” della sabbiera funge da tramite nella relazione terapeutica e riduce il vissuto di sfiducia verso l’altro tipico di queste patologie. Si utilizza nella balbuzie e nelle patologie ad espressione motoria, nelle psicosi infantili e adolescenziali e nelle situazioni di abuso.  Con gli adulti, si utilizza in caso di patologie psicosomatiche perché il contatto con la sabbia rimanda ad un contatto corporeo primordiale, materno.

Quanto è efficace la Sand Play Therapy?

L’efficacia di questa tecnica viene sperimentata ogni giorno dai terapeuti che ne fanno uso e che vedono miglioramenti a volte incredibili nei loro pazienti. Ciò accade perché lo spazio della sabbiera è uno “spazio transizionale”, un mediatore tra l’Io e l’inconscio, un attivatore della Funzione Trascendente teorizzata da Jung, tutti fattori alla base della creatività e del processo di individuazione. L’efficacia terapeutica deriva dal fatto che c’è un materiale già strutturato che il paziente può dominare perché di ridotte dimensioni (le miniature), c’è uno spazio dove poter creare liberamente senza dover rispondere alle aspettative del terapeuta (la sabbiera) e attraverso la rappresentazione scenica si liberano energie necessarie a sanare le ferite. Questa tecnica conferma che la guarigione è possibile solo se il paziente trova da sé la via che è destinato a percorrere. Il compito del terapeuta è rendere possibile in concreto questo processo.

Dott.ssa Concetta Di Bartolomeo
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