Trombosi: esiste una relazione con il COVID-19?

Redazione di Top Doctors
Chi ha contratto il COVID-19 con conseguente polmonite è sempre a rischio di trombosi? Si deve seguire una terapia particolare? Scoprilo in questo articolo!
Polmonite e trombosi sono correlate tra loro?
È ormai risaputo che le malattie infiammatorie spesso siano correlate tra loro, come nel caso delle polmoniti (di qualsiasi genere, non necessariamente dovute al COVID-19) e la trombosi. Infatti in caso di polmonite, che sia essa ti origine batterica o virale, il paziente viene generalmente sottoposto a profilassi tromboembolica a base di anticoagulanti a basso peso molecolare, al fine di ridurre o prevenire l’insorgenza di tromboembolie. Questa condizione, conosciuta anche come “trombosi venosa profonda” è caratterizzata appunto dalla formazione di trombi nel sangue delle nostre vene e, in alcuni casi, può portare ad embolia polmonare (ostruzione di uno o più rami dell’arteria polmonare), evento potenzialmente fatale.
Perché la polmonite (anche da COVID-19) può influire sulla coagulazione del sangue?
Patologie di tipo settico o infettivo si manifestano spesso con una forte infiammazione in grado di alterare la funzionalità della coagulazione, inducendo una ipercoagulabilità che espone i pazienti ad un elevato rischio di trombosi. Non esistono però dati scientifici in grado confermare che la tra trombosi sia l’unica causa alla base di un ricovero in terapia intensiva.
Tutti i pazienti COVID dovrebbero sottoporsi a tromboprofilassi?
Molti mezzi di comunicazione hanno diffuso l’affermazione che tutti i pazienti affetti da Coronavirus debbano seguire una terapia farmacologica a domicilio e/o durante il ricovero a base di anticoagulanti. Non ci sono evidenze scientifiche che confermino l’efficacia di questa scelta.
È necessario prestare particolare attenzione alle indicazioni: ad esempio, al momento, è indiscutibilmente necessaria la somministrazione di anticoagulanti a basso peso molecolare ai pazienti ricoverati che non presentano controindicazioni, ma l’efficacia della somministrazione di questi medicinali in chi non presenta un documentato evento tromboembolico non è ancora confermata. Sarà necessario dunque attendere i risultati di ricerche e studi randomizzati che, anche in Italia, sono ancora in corso.
Inoltre la terapia antitrombotica, in coloro che presentano una tromboembolia o un’embolia polmonare, deve essere rispettata per almeno 6 mesi: per questo motivo non è possibile far imbarcare tutti i pazienti in questo iter potenzialmente pericoloso senza avere certezze scientifiche in merito.
Infine, bisogna sottolineare che la terapia con anticoagulanti a basso peso molecolare non riduce assolutamente il rischio di contrarre il COVID-19.
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