HIV in Italia: i giovani sono i soggetti più a rischio

Autore: Prof. Antonio Cascio
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Editor: Marta Buonomano

L’infezione del virus HIV sta colpendo sempre più giovani. Il Prof. Antonio Cascio, esperto in Malattie Infettive a Palermo, ci parla dell’attuale situazione in Italia e dell’importanza della prevenzione

“Epidemia” di AIDS: com’è la situazione in Italia?

Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia si eseguono ogni anno circa 4.000 nuove diagnosi di HIV. Il contagio di questo virus sta aumentando soprattutto nei giovani, in una fascia d’età che varia dai 25 ai 29 anni. La maggior parte di queste nuove infezioni avviene a causa di rapporti non protetti: è stato infatti riportato dall’Anlaids che circa il 20% dei ragazzi ed il 17% delle ragazze delle scuole superiori non sanno come proteggersi.
Inoltre, anche il chemsex, una pratica relativamente recente che prevede l’assunzione di stupefacenti per migliorare le prestazioni sessuali, sta diventando sempre più popolare e questo amplifica in modo esponenziale il rischio di contagio dell’HIV, perché venendo a mancare la lucidità si abbassano i freni inibitori e non si utilizza il preservativo.
Per questo motivo è estremamente importante aumentare l’informazione trasmessa ai giovani, ricordando che il preservativo protegge non solo dall’HIV, ma anche da tutte le altre malattie sessualmente trasmesse che negli ultimi anni sono in fortissima ascesa. Inoltre, se si pensa di aver avuto comportamenti potenzialmente rischiosi, è fondamentale sottoporsi al test per l’HIV.

Test dell’HIV: come, quando e perché eseguirlo

Chiunque abbia avuto un rapporto occasionale non protetto o altri comportamenti a rischio (es. scambio di siringhe) dovrebbe sottoporsi ad un test di HIV presso un Centro di Malattie Infettive. Questo test, eseguibile gratuitamente nelle strutture pubbliche in modo strettamente confidenziale, è in grado di rivelare la presenza di anticorpi anti-HIV, anche se nei primi 20 giorni dal presunto contagio potrebbe risultare negativo a causa del “periodo finestra”. Gli specialisti possono inoltre richiedere, laddove necessario, l’esecuzione di test molecolari e/o una nuova esecuzione del test a distanza di circa 1-2 settimane.

Che cosa significa essere sieropositivi?

Una persona che ha contratto l’HIV viene definita sieropositiva. La sieropositività non equivale ad avere l’AIDS, ma corrisponde ad uno stato che, con il passare degli anni, porterà a questa malattia soprattutto se il paziente non si sottopone a terapia antiretrovirale, una procedura che sta diventando sempre più efficace, tanto da trasformare l’HIV da una patologia letale ad una malattia cronica ma trattabile.

Come si manifesta l’infezione da HIV al suo inizio?

A seguito un periodo di incubazione di circa 2-4 settimane in cui la persona contagiata non presenta sintomi, circa il 40% dei pazienti affetti da questo virus può manifestare una sindrome retrovirale acuta che può durare anche 28 giorni. I sintomi di questa condizione sono di tipo influenzale o simili a quelli della mononucleosi, come:

  • Febbre
  • Ingrossamento dei linfonodi (linfoadenopatia)
  • Mal di gola o faringite
  • Rash (manifestazioni cutanee)
  • Dolori muscolari (mialgia)
  • Malessere
  • Presenza di afte nel cavo orale o nei genitali

Inoltre, un sintomo non tipico della mononucleosi che potrebbe far pensare ad un’infezione da HIV è la diarrea.

Che cosa comporta la diagnosi precoce di sieropositività?

Saper individuare precocemente la sieropositività nei giovani significa:

  1. Poter offrire una terapia che rallenterà in maniera significativa la progressione verso l’AIDS
  2. Renderli coscienti che la sieropositività può essere trasmessa al proprio partner sessuale
  3. Offrirgli buone prospettive di vita, nonché la possibilità di avere figli

Com’è migliorata la qualità della vita con le terapie antiretrovirali?

L’utilizzo di terapie antiretrovirali contribuiscono non solo ad aumentare il controllo della diffusione del contagio (chi si sottopone a questa terapia ha la quasi certezza di non avere il virus nel sangue e di non essere contagioso), ma anche a ridurre significativamente l’incidenza di manifestazioni opportunistiche dovute all’immunodepressione.

Prof. Antonio Cascio
Malattie infettive

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