Ictus cerebrale: cosa fare nei primi minuti e perché non aspettare che passi

L’ictus cerebrale è una delle più frequenti malattie che colpiscono il sistema nervoso e probabilmente la più rilevante sul piano sociosanitario in termini di mortalità e disabilità residua. Rappresenta un’emergenza neurologica soprattutto per quanto concerne il trattamento: la precocità nel riconoscere e trattare l’ictus è un aspetto critico nel determinarne la prognosi.
Che cos’è l’ictus cerebrale e perché è un’emergenza?
L’ictus può essere la conseguenza dell’occlusione (ictus ischemico) di un vaso arterioso o, meno frequentemente, venoso, responsabile dell’irrorazione ematica cerebrale, oppuere della rottura di un vaso (ictus emorragico) che determina uno spandimento di sangue all’interno del parenchima cerebrale. A livello mondiale l’ictus ha una grande rilevanza con circa 11.9 milioni di casi stimati nel 2021; sempre a livello mondiale l’ictus è la terza causa di morte e disabilità permanente (dati OMS). I dati riportati dal Ministero della Salute, nel documento “Codice BLU – Percorso Ictus”, indicano che l’ictus ischemico rappresenta circa l’80% dei nuovi episodi, mentre l’emorragia cerebrale il restante 20%. Lo stesso documento ricorda che, in Italia, vengono ricoverati circa 100.000 ictus l’anno, di cui circa 80.000 sono primi eventi.
Le cause dell’ictus sono molteplici ed è importante poterle identificare poiché da questo dipende l’impostazione di una prevenzione secondaria (mirata cioè a ridurre il rischio di nuovi eventi) efficace e mirata sul caso specifico. L’ictus deve essere considerato un’”emergenza terapeutica” dal momento che la decisione di instaurare un trattamento efficace nella fase acuta deve essere presa nel più breve tempo possibile per massimizzare l’effetto e ridurre al minimo il rischio di complicanze.
Quali sintomi devono far chiamare subito il 112/118?
Caratteristica dell’ictus è l’insorgenza acuta (nel giro di secondi) dei sintomi, i quali dipendono dall’area cerebrale colpita e possono pertanto essere molteplici. Le più comuni presentazioni sono alterazioni della vista, deviazione o paralisi della muscolatura buccale, perdita di forza e/o di sensibilità in un arto o in un emicorpo, difficoltà a comprendere, esprimersi o articolare la parola, alterazioni dell’equilibrio e della marcia, talora (in alcuni casi particolari) cefalea intensa (mai provata prima). Questi sintomi sono per la verità comuni a molte malattie neurologiche ma è la loro modalità di presentazione (acuta, improvvisa) che deve far sorgere il sospetto che si tratti di un ictus. Di fronte a questo sospetto la cosa migliore da fare è attivare al più presto i servizi territoriali di urgenza/emergenza (112) e trasportare il paziente il prima possibile in un ospedale idoneo.
Ictus o TIA: cosa cambia se i sintomi durano pochi minuti?
Il TIA (transient ischemic attack, attacco ischemico transitorio) ha una presentazione del tutto analoga a quella dell’ictus ma, a differenza di questo, comporta una regressione totale dei sintomi in breve tempo (solitamente 20-30 minuti, talora qualche ora, per definizione non più di 24 ore). I fattori di rischio del TIA sono essenzialmente gli stessi dell’ictus con la differenza che una ricanalizzazione precoce del vaso ostruito fa sì che i disturbi siano transitori e non si arrivi al danno irreversibile. Di fronte a una sintomatologia che regredisce spontaneamente in breve tempo molte persone sono poco propense a recarsi in ospedale. Nulla è più sbagliato dal momento che il TIA è di per sé un fattore di rischio per un successivo ictus e sottovalutarlo implica il non potere mettere in atto le terapie di prevenzione secondaria. Non è raro che un paziente giunto in pronto soccorso (spesso tardivamente) per un ictus riferisca di avere avuto in precedenza un TIA e di non essere giunto subito in Pronto soccorso perché si aspettava che i sintomi regredissero spontaneamente come era già capitato.
Che cosa fare nei primi 10 minuti mentre si aspettano i soccorsi?
Riconoscere l’ictus è fondamentale. L’unica azione che va intrapresa è allertare i servizi del territorio (112) descrivendo che sintomi ha presentato il paziente e come si sono manifestati.
Quali informazioni comunicare al telefono?
È indispensabile riferire l’ora esatta di inizio dei sintomi o (come nel caso di un ictus al risveglio o in una persona che vive sola) l’ultima volta in cui la persona è stata vista in condizioni normali. Questo dato orienta il percorso successivo del paziente. L’ictus rientra tra le patologie “tempo-dipendenti” nelle quali la scelta della terapia deve tenere conto del tempo trascorso dall’esordio dei sintomi all’inizio dei trattamenti. E’ attualmente possibile, in casi selezionati, impostare un trattamento di fase acuta anche oltre le 4.5 ore dall’esordio ma va tenuto presente che in ogni caso quanto più precocemente si inizia il trattamento tanto maggiore è la probabilità di avere un buon recupero funzionale.
Altre informazioni importanti sono quelle riguardo malattie pregresse, farmaci assunti (in particolare farmaci anticoagulanti), eventuali traumi recenti, condizioni di salute pre-evento (grado di autonomia, alterazioni cognitive, …).
Che cosa evitare in casa?
E’ bene che la persona giunga in ospedale mediante trasporto sanitario (112) in sicurezza e con l’assistenza di personale sanitario formato e in grado di gestire eventuali problemi che possano insorgere durante il trasporto stesso. Non va dimenticato che molti, ma non tutti gli Ospedali sono in grado di gestire la fase acuta dell’ictus: l’invio della persona affetta da ictus presso la struttura più idonea e nel più breve tempo possibile è una prerogativa dei servizi sanitari del territorio. Anche se i sintomi sono regrediti il paziente deve essere ugualmente portato in Pronto soccorso. Nella fasa acuta non vanno somministrati cibi o bevande a causa del rischio di aspirazione e non vanno somministrati farmaci di propria iniziativa.
Come si arriva alla diagnosi in ospedale?
La conferma della diagnosi di ictus è compito del personale del Pronto soccorso (Neurologo) e viene formulata in base ai dati anamnestici, all’esame clinico e ai dati della diagnostica per immagini (TAC, angio-TAC, TAC con studio di perfusione). Una prima distinzione deve essere fatta tra ictus ischemico ed emorragico. Nel caso di ictus ischemico vanno poi identificati i segni che permettono di stabilire: la datazione dell’ictus; l’estensione della lesione; l’estensione del volume di tessuto cerebrale privo di alterazioni irreversibili e che può essere considerato “salvabile” (la cosiddetta “penombra ischemica”). Una volta posta diagnosi di ictus resta da valutare, nel caso dell’ictus ischemico, la possibilità di intervenire per ripristinare la circolazione del sangue nell’area ischemica. Nel caso dell’ictus emorragico va posta in atto una serie di procedure e monitoraggi (il cosiddetto “bundle of care”) che hanno l’obiettivo di ridurre il rischio che l’emorragia aumenti di volume.
Quali trattamenti possono essere valutati nelle prime ore?
Le procedure di rivascolarizzazione nell’ictus ischemico consistono in:
- Trombolisi endovenosa
- Trombectomia o tromboaspirazione meccanica
La trombolisi endovenosa può essere eseguita entro la 4.5 ore dall’esordio dei sintomi. In alcuni casi, se la TAC di perfusione evidenzia un rapporto favorevole tra area “salvabile” e area ischemica, è possibile effettuare la trombolisi fino a 24 ore dall’esordio. La trombectomia o tromboaspirazione può essere eseguita se la angio-TAC evidenza l’occlusione di un grosso vaso arterioso corrispondente al territorio dell’ictus. Le due procedure non si escludono l’una con l’altra ma è raccomandabile, se possibile, attuarle entrambe a seconda delle indicazioni poste dal Neurologo.
In alcuni ictus ischemici dovuti all’occlusione di un grosso vaso può essere considerata la trombectomia meccanica, una procedura endovascolare per rimuovere il coagulo. L’ESO segnala che, in casi selezionati con imaging avanzato, la trombectomia può essere eseguita anche nella finestra estesa 6–24 ore. La decisione è sempre specialistica e dipende da immagini, sede dell’occlusione, condizioni cliniche, dati del neuroimaging e tempi.
Dopo la fase acuta, cosa può succedere?
Molti fattori determinano l’entità della compromissione funzionale dopo un ictus: l’età, le patologie preesistenti, l’estensione della lesione, l’efficacia e tempestività della terapia di fase acuta, la qualità delle cure nella fase postacuta, l’efficacia della riabilitazione. Se è vero che molte persone con ictus possono avere un pieno recupero funzionale, ce ne sono molte altre che possono avere delle conseguenze più o meno disabilitanti (compromissione motoria, spasticità, afasia, disfagia, dolore, depressione). Un aspetto certamente importante e forse finora sottostimato è rappresentato dalla compromissione cognitiva che è purtroppo riscontrabile in molti soggetti in grado variabile e che, purtroppo, è uno degli aspetti più difficili da sottoporre a un trattamento riabilitativo. Anche per questo motivo è di estrema importanza la prevenzione dell’ìictus e il suo trattamento tempestivo.
La riabilitazione è infine un aspetto che determina spesso la qualità del recupero post ictus. La riabilitazione dovrebbe essere iniziata il prima possibile e implica una valutazione multidimensionale del soggetto (senza trascurare gli aspetti cognitivo-coportamentali) in modo da identificare quali siano i deficit su cui è più importante operare
Come ridurre il rischio di primo ictus o recidiva?
La prevenzione dell’ictus si basa sull’identificazione e correzione dei fattori di rischio. Secondo l’OMS, gran parte del carico globale dell’ictus è attribuibile a diversi fattori, molti dei quali modificabili: ipertensione, fumo, alterazione del metabolismo lipidico, eccesso di sale nella dieta, diabete, sovrappeso, sedentarietà, fibrillazione atriale, consumo di alcolici, disfunzione renale. In Italia, i dati 2023-2024 del Progetto CUORE dell’ISS hanno evidenziato che il 49% degli uomini e il 37% delle donne presenta valori pressori elevati e che il consumo medio di sale è 9,3 g die negli uomini e 7,2 g die nelle donne (l’OMS raccomanda un consumo di sale inferiore a 5 g die). Un altro aspetto con particolari criticità è rappresentato dall’ictus giovanile (prima dei 50 anni) che può rappresentare una sfida nella ricerca di cause non comuni (quali coagulopatie, anomalie strutturali del cuore o dei vasi) e che non raramente richiede particolare impegno da parte del team neurovascolare.
L’intervento su questi fattori (si pensi ad esempio al controllo dell’ipertensione, all’incoraggiamento dell’attività fisica, alla lotta all’obesità, all’utilizzo dei farmaci ipocolesterolemizzanti) può determinare una riduzione dell’incidenza dell’ictus che tuttavia è controbilanciata negativamente dall’aumento dell’età media (l’età è probabilmente il principale indicatore di rischio per l’ictus). Un compito importante dei Medici in questo ambito sarà quello di favorire la diffusione dell’educazione sanitaria nella popolazione e nell’essere proattivi nel controllo dei fattori di rischio in prevenzione primaria come pure in chi ha già subito un ictus.
Riferimenti (APA)
- World Health Organization. (2025). Stroke.
- Ministero della Salute / Consiglio Superiore di Sanità. (2018). Codice BLU: Percorso Ictus.
- American Stroke Association. (s.d.). Stroke Symptoms and Warning Signs.
- Centers for Disease Control and Prevention. (2026). Signs and Symptoms of Stroke.
- European Stroke Organisation. (2021). Guidelines on intravenous thrombolysis for acute ischaemic stroke.
- European Stroke Organisation. (2023). Endovascular treatment beyond the 24-hour mark.
- Istituto Superiore di Sanità – Progetto CUORE. (2025). Giornata mondiale dell’ictus.

