La terapia con il testosterone fa male alla prostata?

Autore: Prof. Federico Guercini
Pubblicato: | Aggiornato: 12/06/2020
Editor: Antonietta Rizzotti

Molti pazienti e alcuni medici ritengono che la somministrazione terapeutica di testosterone, possa far male alla prostata o addirittura provocare il cancro della stessa. Ne parla il Prof. Federico Guercini, esperto in Urologia a Roma

Che relazione c’è tra testosterone e neoplasia prostatica?

Uno studio sperimentale eseguito nel 1941 da Huggins evidenziò la riduzione del volume del tumore su quegli animali affetti da cancro prostatico sottoposti a castrazione chirurgica. Si comprese che il testosterone Corpo di un uomo inquadratura dall'altopotesse stimolare la progressione del tumore, quindi la sua crescita, e che grazie alla castrazione chirurgica potesse essere diminuita la concentrazione del testosterone nel sangue e controllare di conseguenza l’andamento della neoplasia.  

Per anni perciò si è erratamente associato il testosterone all’incremento del rischio di ammalarsi di cancro della prostata (la cosiddetta ipotesi androgenica).

Ma prima Eaton nel 1999 e poi Pearson nel 2005 hanno confutato tale ipotesi, finché Roddam (2008), con uno studio pubblicato sul Journal of National Cancer Institute) ha potuto chiaramente dimostrare non esistere nessuna associazione fra la concentrazione di testosterone ematico ed il rischio di cancro della prostata e addirittura Morgentaler (2009) ha documentato come ci sia al contrario un'alta prevalenza di cancro prostatico nei soggetti con bassa concentrazione androgenica.

Altri studi (Lane 2008 e Salonia 2011), hanno invece dimostrato che, nei soggetti colpiti da tumore prostatico, il grado della neoplasia fosse associato alla quantità di testosterone presente, ovvero che ad un basso quantitativo di testosterone corrispondessero:

  • Maggiore grado di malignità del cancro;
  • Alto coinvolgimento dei linfonodi (Kratzik 2011);
  • Maggiore coinvolgimento delle vescicole seminali (Salonia 2011);
  • Più bassa efficacia di un possibile trattamento antiandrogeno post intervento (Chen 2002).

Robert Muller ha affermato che, in base alle attuali conoscenze in ambito urologico, la bassa concentrazione di testosterone possa favorire l’aumento di rischio di neoplasia prostatica, e non quindi di diminuirlo. Nel 2009 è stata definitivamente cancellata la possibilità che il testosterone fosse “cibo per il cancro”, ipotesi riportata in un libro della Società Italiana di Urologia e della Harvard Medical School di Cambridge, a Boston.

Ma perché fare una terapia sostitutiva con il testosterone?

Il testosterone non deve essere solo visto come l’ormone della sessualità e perciò legato tout court all’erezione e al desiderio sessuale maschile, ma agisce anche sulla composizione dei muscoli (per questo motivo è considerato dopante). Nel paziente con carenza dell’ormone, la sua somministrazione produrrà un benefico aumento del peso corporeo legato all’aumento della massa muscolare con conseguente incremento della forza fisica, mentre sul tessuto adiposo l’effetto è contrario.

Il testosterone inoltre aumenta la densità ossea a livello delle anche e della colonna vertebrale, con minor rischio di possibili fratture da osteoporosi e ricerche recenti documentano anche una riduzione di accidenti cardiovascolari (infarto e ictus).

Il testosterone è l’ormone che con un giro di parole “fa di un uomo, un uomo” e la sua efficacia risulta fondamentale sulla sequela di sintomi che spesso affliggono il maschio nell’andropausa (depressione, affaticamento fisico e psichico, mancanza di attenzione e di concentrazione, diminuita voglia di vivere, ecc.).

Prof. Federico Guercini
Urologia

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