La timidezza: aspetti critici e potenzialità

Autore: Dott. Angelo Feggi
Pubblicato:
Editor: Francesco Fusi

In un’epoca globalizzata e soggetta a continui cambiamenti e sfide, la competitività risulta essere alla base dei rapporti sociali, nella quale la freddezza, il cinismo e l’individualismo fanno da padrone, ed è così che la timidezza risulta quasi demodé. Eppure proprio la timidezza è un sentimento, e forse in quanto tale spaventa in un mondo che cerca nella fugacità la forma migliore di interagire.

Oggi, possiamo definire la timidezza come un disagio che si manifesta di fronte agli altri (estranei, ma anche persone conosciute) e che dà vita a comportamenti impacciati, con un corollario di sintomi quali l’arrossamento del viso, difficoltà d’espressione verbale, una gestualità impacciata e persino un temporaneo peggioramento delle funzioni cognitive. La timidezza e l’ansia così sono divise da una linea sottile e proprio l’ansia associata alla timidezza può far apparire il timido addirittura come poco intelligente o smemorato. Ma la timidezza trascina dietro sé una serie di sintomi e difficoltà che non si limitano alla “semplice ansia”; un altro tratto tipico è la paura del giudizio altrui, l’insofferenza a sentirsi guardati o scrutati. Così quando le difficoltà a gestire la timidezza diventano importanti, talvolta l’incapacità di gestire questo sentimento può prendere le sembianze della fobia sociale, si passa dal timore di manifestare ansia fino all’attacco di panico vero e proprio quando ci si trova insieme a persone in situazioni imbarazzanti. Questo modo di essere può portare ad “un quadro pervasivo di inibizione sociale, con sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo”. La timidezza è quindi un disagio esteriore causato da un certo modo di far funzionare il nostro mondo interno (pensieri, emozioni, pregiudizi). Il tutto ha come conseguenza non solo la sofferenza nel vivere determinate situazioni sociali, ma anche i comportamenti le rinunce causate da questo malessere: si preferisce stare in casa piuttosto che uscire, si frequentano poche persone, si rinuncia a momenti di aggregazioni come feste, concerti, eventi pubblici; tutto pur di sfuggire alla paura di essere guardati, giudicati. La vita del timido può pertanto essere una vita di rinunce, con tutto quello che comporta in termini di mancata autorealizzazione e serenità. Si possono innestare disagi aggiuntivi quali gravi disturbi d’ansia, forme di depressione acuta, dipendenza da alcol o da sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda le origini della timidezza, queste possono essere ricondotte a diversi fattori: ereditari; psicodinamici ovvero legati a vicende personali del soggetto, spesso risalenti alla prima infanzia; sociologici, ovvero connessi all’ambiente, alla cultura e all’epoca di riferimento.

Come aiutarsi allora?

Talvolta l’angoscia e la paura si placano col ripetersi degli incontri, provando ad uscire dalla propria zona di confort, parlando dei propri disagi e condividendo il malessere con le persone più intime, superando un periodo iniziale di inibizione sociale. La timidezza può altresì scemare in seguito all’instaurarsi di relazioni affettive appaganti, che innalzano la propria autostima. A ciò possono sommarsi poi i successi della vita quotidiana, come ad esempio: un buon voto a scuola o all’Università, l’incontro di un partner, le gratificazioni sul lavoro. Tutto questo può e forse deve essere accompagnato dall’inizio di percorsi personali come la psicoterapia che mira alla ristrutturazione della personalità.

Dott. Angelo Feggi
Psicologia

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