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Reflusso gastroesofageo e laringofaringeo: quali differenze ci sono?

Il reflusso gastroesofageo causa soprattutto bruciore e rigurgito, mentre il reflusso laringofaringeo può manifestarsi con tosse, raucedine o fastidio alla gola. La diagnosi non si basa sui soli sintomi: gastroscopia, pH-metria e pH-impedenziometria rispondono a domande diverse e devono essere scelte dopo una valutazione clinica.

Qual è la differenza tra reflusso gastroesofageo e laringofaringeo?

La malattia da reflusso gastroesofageo si verifica quando la risalita del contenuto dello stomaco nell’esofago provoca sintomi fastidiosi o lesioni. Le manifestazioni più caratteristiche sono il bruciore dietro lo sterno e il rigurgito, cioè la percezione di materiale che risale verso la gola o la bocca.


Il reflusso laringofaringeo viene descritto come una condizione nella quale il contenuto gastroduodenale può raggiungere o influenzare la faringe e la laringe. Può essere associato a disturbi della voce e della gola, anche in assenza del classico bruciore. La definizione e i criteri diagnostici, tuttavia, non sono ancora uniformi in tutti i documenti scientifici.


L’espressione “reflusso silente” può quindi essere fuorviante. L’assenza di bruciore non prova che tosse o raucedine dipendano dal reflusso. Questi sintomi possono avere origini diverse e richiedono una valutazione che consideri anche cause otorinolaringoiatriche, respiratorie, allergiche o funzionali.


Quali sintomi fanno pensare al reflusso gastroesofageo?

I sintomi con la maggiore probabilità di essere collegati al reflusso sono bruciore retrosternale, rigurgito e dolore toracico di origine esofagea. Possono comparire dopo i pasti, durante la notte o quando ci si sdraia. Il Lyon Consensus 2.0 distingue questi sintomi da quelli che presentano un’associazione meno certa con gli episodi di reflusso.


In assenza di segnali di allarme, l’American College of Gastroenterology (ACG) indica che il medico può valutare una prova iniziale di 8 settimane con un inibitore della pompa protonica. L’American Gastroenterological Association (AGA) propone un intervallo iniziale di 4-8 settimane, seguito da una rivalutazione della risposta. Prescrizione, durata e sospensione devono essere definite individualmente.


La risposta al farmaco può sostenere il sospetto clinico, ma non dimostra sempre che il reflusso sia la causa. Un miglioramento può dipendere da più fattori, mentre una risposta incompleta può indicare una diagnosi diversa, un meccanismo non acido o la presenza di più condizioni contemporaneamente.

Quali sintomi possono essere associati al reflusso laringofaringeo?

Il reflusso laringofaringeo può essere preso in considerazione in presenza di raucedine, tosse cronica, bisogno frequente di schiarire la voce, eccesso di muco, bruciore faringeo o sensazione di nodo alla gola. La presenza di questi disturbi non permette però di formulare automaticamente una diagnosi di reflusso.


Il Lyon Consensus 2.0 considera raucedine, fastidio faringeo e sensazione di nodo alla gola manifestazioni con una probabilità più bassa di essere direttamente collegate agli episodi di reflusso rispetto a bruciore e rigurgito. In piccoli studi prospettici richiamati dal consenso, gli esami hanno confermato una malattia da reflusso in meno di un quinto dei pazienti con sintomi laringei sospetti.


Anche i reperti osservati durante una laringoscopia non sono sufficienti, da soli, per stabilire l’origine dei sintomi. L’esame otorinolaringoiatrico resta utile per valutare la laringe ed escludere altre condizioni, ma i suoi risultati devono essere interpretati insieme alla storia clinica e agli eventuali esami gastroenterologici.

Perché tosse, raucedine e nodo alla gola non bastano per diagnosticare il reflusso?

Il punto centrale è distinguere la contemporanea presenza di due problemi da un vero rapporto di causa. Una persona può avere sia reflusso sia raucedine, senza che il primo sia necessariamente responsabile del disturbo della voce. In altri casi, gli episodi di risalita possono contribuire ai sintomi senza rappresentarne l’unica origine.


La diagnosi basata soltanto sui sintomi espone al rischio di iniziare trattamenti prolungati per una causa non dimostrata. L’AGA raccomanda infatti di eseguire una valutazione oggettiva iniziale, senza terapia antisecretiva, quando sono presenti esclusivamente manifestazioni extraesofagee e si sospetta una possibile origine da reflusso.


Quando è preferibile verificare il reflusso prima di iniziare il trattamento?

La verifica strumentale è particolarmente utile quando il paziente presenta tosse, raucedine o nodo alla gola senza bruciore e rigurgito. In questa situazione, la probabilità che i sintomi abbiano un’altra origine non è trascurabile e la sola risposta a un farmaco non costituisce una prova diagnostica.


Il percorso non deve essere identico per tutti. La scelta dipende dalla durata e dall’intensità dei sintomi, dalla presenza di disturbi tipici, dai trattamenti già effettuati e dagli eventuali segnali di allarme. In base al quadro, può essere indicato il confronto tra gastroenterologo e otorinolaringoiatra, oppure con altri specialisti.


Quali esami aiutano a distinguere i due tipi di reflusso?

La gastroscopia consente di osservare esofago, stomaco e duodeno. Può identificare esofagite, stenosi, ernia iatale, esofago di Barrett e altre alterazioni. Permette inoltre di eseguire biopsie quando necessario. Una gastroscopia normale, però, non esclude sempre la malattia da reflusso.


Il Lyon Consensus 2.0 considera prove conclusive di reflusso patologico alcuni reperti endoscopici definiti, come l’esofagite di grado B, C o D secondo la classificazione di Los Angeles, l’esofago di Barrett confermato istologicamente o una stenosi peptica. Reperti meno netti richiedono invece una valutazione integrata.


La pH-metria esofagea misura l’esposizione dell’esofago all’acido durante un periodo prolungato. La pH-impedenziometria rileva anche la risalita di materiale debolmente acido o non acido e permette di studiare la relazione temporale tra episodi di reflusso e sintomi riferiti dal paziente.


Nei pazienti senza una precedente prova oggettiva di reflusso, il monitoraggio viene generalmente eseguito senza terapia antisecretiva. Nei pazienti con reflusso già dimostrato e sintomi persistenti, l’AGA considera la pH-impedenziometria di 24 ore durante il trattamento un’opzione per chiarire il meccanismo dei disturbi.


La scelta non dipende quindi solo dal sintomo. Dipende dalla domanda clinica: verificare se il reflusso esiste, capire se continua nonostante il trattamento oppure valutare se gli episodi registrati compaiono in prossimità di tosse, rigurgito o altri disturbi.

Quando è necessaria una valutazione medica tempestiva?

La presenza di difficoltà o dolore durante la deglutizione, perdita di peso non intenzionale, vomito persistente, anemia, sangue nel vomito o feci nere richiede una valutazione medica. Questi segnali non indicano necessariamente una patologia grave, ma possono rendere necessari accertamenti più rapidi, compresa la gastroscopia.


Anche il dolore toracico deve essere valutato con prudenza. Non va attribuito automaticamente al reflusso, soprattutto quando è improvviso, intenso, associato a mancanza di respiro, sudorazione, nausea o dolore irradiato al braccio, alla schiena o alla mandibola. In questi casi è necessario rivolgersi subito ai servizi di emergenza.


Una raucedine persistente richiede inoltre una valutazione otorinolaringoiatrica, soprattutto quando si associa a difficoltà respiratoria, dolore durante la deglutizione, sangue, perdita di peso o fattori di rischio come il fumo. Il reflusso è soltanto una delle possibili spiegazioni.

Come vengono trattati il reflusso gastroesofageo e quello laringofaringeo?

Il trattamento dipende dai sintomi, dalla presenza di lesioni e dai risultati degli esami. Nel reflusso gastroesofageo possono essere utilizzati interventi sullo stile di vita e farmaci che riducono l’acidità gastrica. Gli inibitori della pompa protonica restano il trattamento farmacologico principale nei pazienti per i quali sono indicati.


Nei pazienti con bruciore o rigurgito, senza segnali di allarme, può essere valutata una prova iniziale di 4-8 settimane. Se il trattamento è efficace, il medico può considerare una riduzione fino alla dose minima necessaria. La necessità di una terapia prolungata deve essere rivalutata periodicamente.


Quando sono presenti soltanto disturbi laringei o respiratori, l’approccio deve essere più prudente. Ripetere diversi cicli di terapia antisecretiva senza un beneficio chiaro ha un’utilità limitata. In questi casi è opportuno riconsiderare la diagnosi e valutare altre possibili cause dei sintomi.


La linea guida europea sul reflusso laringofaringeo propone modifiche alimentari e comportamentali come parte iniziale della gestione. In casi selezionati possono essere considerati alginati, antiacidi o farmaci antisecretivi. Gli inibitori della pompa protonica vengono indirizzati soprattutto verso i quadri con componente acida o con elementi compatibili con malattia da reflusso gastroesofageo.


Le procedure chirurgiche o endoscopiche antireflusso non devono essere proposte sulla base dei soli disturbi della gola. Prima di un trattamento invasivo sono necessarie prove oggettive di reflusso, l’esclusione di importanti disturbi della motilità esofagea e una valutazione realistica dei possibili benefici e rischi.

Quali comportamenti possono aiutare a limitare i sintomi?

È utile osservare quando compaiono i disturbi e annotare la loro relazione con pasti, posizione sdraiata, attività fisica e riposo notturno. Nei pazienti con sintomi serali o notturni, l’ACG suggerisce di evitare i pasti nelle 2-3 ore precedenti il sonno.


In presenza di sovrappeso o obesità, la riduzione del peso può migliorare i sintomi gastroesofagei. Può essere utile sollevare la testata del letto in caso di disturbi notturni ed evitare il tabacco. Le restrizioni alimentari dovrebbero invece concentrarsi sui cibi che il singolo paziente riconosce come fattori scatenanti, senza adottare diete molto rigide senza indicazione.


Non è consigliabile iniziare, interrompere o prolungare autonomamente una terapia. Una visita gastroenterologica può chiarire se siano necessari esami e quale strategia sia più appropriata. Quando prevalgono raucedine, tosse o disturbi della gola, può essere utile associare una valutazione otorinolaringoiatrica. La diagnosi deve precedere un trattamento prolungato.


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