Vivere in una nuova città: quando la solitudine pesa sulla salute mentale
Trasferirsi in una nuova città per motivi di studio, lavoro o cambiamento personale può rappresentare un’opportunità importante, ma anche un passaggio complesso dal punto di vista emotivo. La distanza dalla propria rete familiare e sociale, la necessità di costruire nuove abitudini e la difficoltà nel creare legami significativi possono infatti alimentare un senso di solitudine e disorientamento.
Per capire meglio come affrontare questa fase e riconoscere quando il disagio merita maggiore attenzione, abbiamo intervistato il Dott. Mario Gennaro Mazza, Psichiatra, che approfondisce il rapporto tra trasferimento, adattamento, isolamento sociale e salute mentale, offrendo anche alcuni suggerimenti concreti su quando e come chiedere supporto.
1. Trasferirsi in una nuova città può essere positivo ma anche difficile: perché il cambiamento può pesare così tanto?
Spesso cambiare città è una scelta dettata dalla ricerca di qualcosa di nuovo, come un lavoro o un percorso di studio, oppure dal bisogno di interrompere una situazione legata al passato. Può essere una decisione importante e positiva, ma comporta inevitabilmente un periodo di adattamento.
Quando il trasferimento viene investito di aspettative molto elevate, il nuovo luogo può essere idealizzato come una soluzione capace di risolvere automaticamente difficoltà personali, lavorative o relazionali. Se la realtà non corrisponde a queste aspettative, possono emergere frustrazione, delusione o un senso di fallimento.
Un trasferimento comporta inoltre un cambiamento che non riguarda soltanto il luogo in cui si vive, ma anche l’organizzazione della quotidianità, le relazioni e il senso di familiarità con il proprio ambiente. Nella città di origine esistono spesso riferimenti consolidati: persone con cui condividere esperienze, abitudini e una rete sociale alla quale rivolgersi nei momenti di difficoltà. Quando ci si trasferisce, molti di questi riferimenti vengono meno e anche le attività quotidiane possono richiedere un maggiore sforzo.
La grande città può inoltre esporre al paradosso della solitudine: molte persone intorno, numerosi contatti e agende sempre piene, ma un vissuto profondo di isolamento. È possibile frequentare colleghi, compagni di università o molte altre persone e continuare a percepire una mancanza di vicinanza emotiva.
2. Come si distingue la normale nostalgia di casa da una solitudine che inizia a diventare un problema?
La nostalgia di casa è una reazione comprensibile quando ci si allontana da persone, luoghi e abitudini significativi, soprattutto se si lascia un ambiente familiare e sociale di supporto. Può manifestarsi con tristezza, desiderio di tornare nel proprio ambiente e maggiore bisogno di mantenere i contatti con la famiglia e gli amici. Si tratta spesso di una risposta fisiologica a un cambiamento importante, che può ridursi gradualmente con il tempo e con la costruzione di nuovi riferimenti.
Da una parte, quindi, esiste un normale processo di adattamento; dall’altra, può però comparire una sofferenza più intensa, caratterizzata da sintomi che incidono sul desiderio di fare le cose, sul sonno, sull’appetito, sulla concentrazione e sulle relazioni.
È importante osservare come evolve questa esperienza nel tempo e quanto interferisce con la vita quotidiana. Se la solitudine diventa persistente, compromette la capacità di svolgere le proprie attività, riduce progressivamente il desiderio di uscire e conoscere persone oppure si associa a una perdita di interesse per ciò che prima risultava piacevole, è opportuno prestare maggiore attenzione.
3. Quali segnali indicano che l’adattamento alla nuova città sta diventando troppo faticoso?
È importante osservare come il malessere si struttura e quanto interferisce con il funzionamento quotidiano.
Un primo elemento da considerare è la presenza di cambiamenti persistenti rispetto al proprio funzionamento abituale. La persona può iniziare a isolarsi, rinunciare alle occasioni di socializzazione, avere difficoltà a concentrarsi sul lavoro o sullo studio oppure avvertire una stanchezza emotiva che rende più difficile affrontare le attività quotidiane.
Possono comparire anche alterazioni del sonno, cambiamenti dell’appetito, irritabilità, preoccupazioni ricorrenti o una sensazione di scoraggiamento che tende a mantenersi nel tempo. In alcuni casi, la persona continua a svolgere i propri impegni, ma con uno sforzo molto maggiore rispetto al passato.
Un aspetto particolarmente rilevante è la progressiva riduzione delle attività e dei contatti sociali. Quando la sofferenza porta a evitare sistematicamente le situazioni che potrebbero favorire l’adattamento, può instaurarsi un circolo vizioso: ci si sente soli, si riducono le occasioni di incontro e la solitudine finisce per rafforzarsi.
In generale, i segnali da monitorare riguardano tre piani: emotivo, comportamentale e fisiologico. Sul piano emotivo possono comparire tristezza, ansia, irritabilità o scoraggiamento; sul piano comportamentale, isolamento, evitamento e perdita di interesse; sul piano fisiologico, alterazioni del sonno, dell’appetito e dei livelli di energia.
4. Quanto incide l’assenza di una rete familiare o sociale sulla salute mentale?
La rete sociale e familiare è da sempre considerata una risorsa importante per la salute mentale. Offre supporto, rassicurazione e condivisione, oltre a rappresentare un luogo sicuro in cui sentirsi accolti, attesi e desiderati.
Queste dinamiche familiari e sociali, tuttavia, si stanno rapidamente modificando, indipendentemente dalla città in cui si vive o dal cambiamento del luogo di residenza. La rete sociale è sempre più virtuale e meno fisica: può essere ampia, dinamica e veloce, ma talvolta anche meno profonda e meno stabile.
La comunicazione digitale consente di mantenere i contatti e può offrire un sostegno importante, ma non sempre sostituisce la presenza, la continuità e la vicinanza emotiva di una relazione vissuta nella quotidianità.
L’assenza di una rete di sostegno non determina necessariamente una sofferenza psicologica, ma può rendere più difficile affrontare periodi di stress, soprattutto quando al trasferimento si associano altre difficoltà, come precarietà lavorativa, problemi economici o incertezza rispetto al futuro.
5. Quali strategie concrete possono aiutare a costruire nuovi legami e a sentirsi meno isolati?
La prima strategia consiste nel ricostruire gradualmente una quotidianità che includa occasioni di incontro. Può essere utile frequentare con regolarità attività sportive, corsi, associazioni o gruppi legati ai propri interessi. La ripetizione degli incontri facilita la conoscenza reciproca e permette alle relazioni di svilupparsi senza la necessità di creare immediatamente legami profondi.
Un secondo aspetto riguarda la disponibilità a mantenere una certa apertura verso esperienze nuove, accettando che la costruzione di rapporti significativi richieda tempo. Non tutte le conoscenze si trasformeranno in amicizie, e questo fa parte del normale processo di adattamento.
È altrettanto importante conservare i legami con la propria rete di origine. Telefonate, incontri programmati e momenti condivisi con familiari e amici possono offrire continuità affettiva, purché non diventino l’unica modalità di relazione. L’obiettivo non è sostituire le relazioni precedenti, ma affiancarle progressivamente a nuove connessioni.
Infine, è utile prestare attenzione alle proprie esigenze e non trasformare la socializzazione in un ulteriore obbligo da assolvere. Alternare momenti di attività a spazi di riposo, mantenere orari regolari e dedicarsi ad attività gratificanti può favorire un adattamento più equilibrato.
6. Quando è opportuno chiedere supporto psicologico o psichiatrico?
I segnali descritti in precedenza diventano particolarmente importanti quando persistono, aumentano d’intensità o interferiscono in modo significativo con il lavoro, lo studio, il sonno o le relazioni. È opportuno considerare un supporto professionale anche quando compaiono tristezza prolungata, ansia marcata, perdita di interesse, difficoltà di concentrazione o una sensazione di isolamento dalla quale sembra difficile uscire nonostante i tentativi personali.
Non è necessario attendere che la situazione diventi grave per chiedere aiuto.
Un confronto con uno psicologo o uno psicoterapeuta può offrire uno spazio per comprendere le proprie difficoltà, individuare le risorse disponibili e sviluppare modalità più efficaci per affrontare il cambiamento.
Una valutazione psichiatrica può essere indicata quando i sintomi sono particolarmente intensi, persistenti o associati a una compromissione significativa del funzionamento, così da inquadrare la situazione clinica complessiva e valutare le eventuali opzioni terapeutiche.
Chiedere supporto non significa necessariamente avere un disturbo mentale: può rappresentare un modo per prendersi cura di sé prima che la sofferenza diventi più difficile da gestire.
7. In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, quale messaggio vorrebbe lasciare a chi vive in una nuova città e si sente solo o fuori posto?
Cambiare città non significa dover ricominciare da soli: sentirsi fuori posto può essere una fase, non una condanna.
Sentirsi soli durante un periodo di cambiamento non significa essere incapaci di adattarsi o aver commesso un errore nella propria scelta. Un trasferimento può offrire opportunità importanti e, allo stesso tempo, richiedere un periodo di assestamento emotivo e relazionale.
Cambiare città può essere un modo per aprire una nuova fase della propria vita, ma non è necessario pretendere che il nuovo luogo risolva immediatamente tutto ciò che appartiene al passato. È possibile costruire nuovi riferimenti senza negare la propria storia e senza idealizzare eccessivamente ciò che verrà.
Costruire una nuova vita in una città diversa non significa soltanto imparare a orientarsi in luoghi sconosciuti, ma anche trovare progressivamente relazioni, abitudini e spazi nei quali sentirsi riconosciuti.


