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Trapianto renale: non solo intervento, ma percorso di cura nel tempo

Il trapianto renale è la migliore opzione terapeutica per sostituire la funzione renale nei pazienti con stadio avanzato di malattia renale cronica arrivata. Consiste nel ricevere un rene funzionante da un donatore, vivente o deceduto, con l’obiettivo di sostituire la funzione dei reni malati possibilmente prevenendo (trapianto preemptive) o comunque riducendo il tempo di permanenza in dialisi, che rappresenta l’altra terapia sostitutiva della funzione renale.

Il Prof. Piergiorgio Messa, specialista in Nefrologia, ha maturato una lunga esperienza nell’ambito di nefrologia, dialisi e trapianto renale, avendo diretto strutture nefrologiche e attività dedicate al trapianto di rene in diversi centri italiani, tra cui Genova, Udine e Milano. 

Quando si prende in considerazione il trapianto di rene?

Il trapianto viene preso in considerazione nei pazienti con malattia renale cronica avanzata o insufficienza renale terminale, quando i reni non riescono più a svolgere in modo adeguato la loro funzione di filtraggio o quando si prevede che questa condizione possa verificarsi nell’arco di un tempo relativamente breve (mesi o pochi anni).

Le linee guida nefrologiche (KDIGO) definiscono il trapianto renale come la terapia sostitutiva di scelta per i pazienti con insufficienza renale avanzata, ma sottolinea che non tutti i pazienti sono idonei al trapianto e la decisione della candidabilità a tale terapia richiede un’approfondita valutazione il più precisa possibile del rapporto rischio/beneficio, in funzione delle condizioni cliniche complessive di ogni singolo paziente. In questa valutazione, oltre ai parametri bioumorali e strumentali, sono prese in considerazione tutte le caratteristiche cliniche della storia del paziente, come gli aspetti anagrafici, le condizioni dei principali apparati (in particolare l’apparato cardiovascolare), la presenza di infezioni o neoplasie in atto o pregresse e quant’altro concorra ad una più precisa valutazione della complessiva fragilità del paziente. È inoltre necessario definire anche  le caratteristiche psicologiche del paziente, per valutare tra l’altro quella che potrebbe essere la sua aderenza alle terapie richieste dal trapianto.

Trapianto da donatore deceduto o da donatore vivente

Come anticipato, il paziente può ricevere un rene sia da un donatore deceduto che da un donatore vivente. Nel trapianto da vivente, una persona sana dona uno dei propri reni a un ricevente compatibile o, in alcuni casi, entra in programmi di donazione incrociata (scambio tra coppie di donatori/riceventi). Entrambi i percorsi hanno una precisa e dettagliata procedura definita dagli organi competenti (Ministero della Salute, Centro Nazionale dei Trapianti-CNT)

Il CNT spiega che in Italia la donazione di rene da vivente è disciplinata da una normativa che tutela non solo il donatore ma anche il ricevente sul piano medico, etico e giuridico. Il percorso prevede infatti una valutazione clinica del potenziale donatore molto approfondita, associata a colloqui psicologici e, in taluni casi, psichiatrici, per ottenere poi l’autorizzazione giudiziaria che permetterà di arrivare all’intervento di prelievo del rene dal donatore e trapianto dell’organo nel ricevente. Tutto questo percorso è in gran parte gestito dal centro di trapianti scelto tra quelli autorizzati, in collaborazione con la struttura nefrologica da cui il candidato al trapianto proviene.

Un aspetto importante del trapianto da vivente, che già di suo garantisce risultati superiori a quello da donatore deceduto, è quello di rendere più percorribile l’attuazione dell’intervento prima dell’inizio della dialisi, cioè in modalità pre-emptive, aggiungendo vantaggi anche in termini clinici e socio-economici. 

Come si entra nel percorso di valutazione?

La complessa valutazione di idoneità al trapianto renale è per definizione multidisciplinare. Il nefrologo coordina e accompagna il percorso, ma è sempre coinvolto anche  il chirurgo trapiantologo e, con tempi e ruoli diversi, numerose altre figure specialistiche (immunologo, cardiologo, anestesista-rianimatore, infettivologo, oncologo, endocrinologo, psicologo, etc).Tale valutazione include numerosi esami del sangue e tutte le valutazioni specialistiche e strumentali che si riterranno opportune non solo per decidere se il paziente sia idoneo o meno ad affrontare l’intervento di trapianto, ma anche a predefinire la terapia immunosoppressiva più adeguata al paziente in valutazione.

Cosa succede dopo il trapianto?

Il processo di trapianto non si conclude  con l’intervento. Sin dal giorno dell’intervento chirurgico, il paziente inizia un trattamento farmacologico (terapia immunosoppressiva), nella prima fase somministrata per via parenterale e a seguire per via orale; tale terapia ha lo scopo di ridurre la risposta immunitaria contro l’organo trapiantato, allo scopo di evitarne il rigetto.

Inizia in pratica sin dal primo giorno dopo il trapianto il follow-up nefrologico, che, come riportato dalle KDIGO, è la gestione continuata nel tempo del paziente trapiantato sia per valutare l’andamento della funzione del rene trapiantato che l’adeguatezza della terapia immunosoppressiva, oltre al monitoraggio delle eventuali complicanze (infettive, cardiovascolari, neoplastiche, metaboliche, etc)

Il punto chiave: il trapianto rappresenta un passaggio estremamente migliorativo della cura del paziente renale…ma non implica l’assenza di problematiche..

Il paziente che abbia ricevuto un trapianto, vale a dire un dono prezioso da una parente o amico o dalla società, deve essere consapevole di alcune responsabilità che dovrà assumersi.

Il paziente trapiantato deve imparare a gestire tre aspetti:

1. Aderenza ai farmaci

Gli immunosoppressori devono essere assunti con regolarità. Saltare o modificare le terapie senza indicazione può aumentare il rischio di rigetto e quindi alla perdita di quel dono ricevuto.

2. Controlli nel tempo

Il paziente deve sottoporsi a controlli periodici sia per valutare l’andamento della funzione dell’organo trapiantato che per escludere ed eventualmente curare le possibili complicanze.

3. Prevenzione delle complicanze

Infatti, la terapia immunosoppressiva può esporre il paziente ad una maggiore vulnerabilità verso infezioni e ad alcuni tumori; inoltre il paziente trapiantato presenta comunque un rischio per alterazioni metaboliche (diabete, aumento dei lipidi nel siero), cardiovascolari, ossee (osteoporosi, fratture), ed altre ancora che richiedono, oltre ai controlli già prima sottolineati, un’attenzione continua ad uno stile di vita il più corretto possibile (abolizione del fumo, attività fisica, dieta).

Il messaggio pratico è semplice: il trapianto può migliorare molto la qualità di vita, ma funziona meglio quando il paziente è accompagnato, informato e seguito nel tempo.



Quali sono i benefici possibili?

Tutto quanto sottolineato sopra, non può comunque oscurare il punto più importante da tener presente: per quasi tutti i pazienti che sono stati ritenuti idonei al trapianto, questa terapia rappresenta di gran lunga la migliore scelta tra le terapie sostitutive della funzione renale. I pazienti trapiantati renali hanno infatti un’aspettativa di vita media più lunga rispetto a quelli che rimangono in dialisi, oltre ad offrire una maggiore libertà rispetto alla dialisi con una di gran lunga migliore qualità di vita. 

Va comunque specificato che, come la statistica insegna, queste valutazioni riguardano la maggior parte dei pazienti, ma purtroppo non tutti. Pertanto è assolutamente necessario che il paziente sia informato, in modo completo e pesato in relazione alle sue condizioni anagrafiche e cliniche, sulla possibilità di appartenere a quella minoranza di soggetti che dopo il trapianto va incontro a complicanze indesiderate.

Quali sono i rischi?

Come ogni intervento chirurgico, il trapianto renale comporta rischi legati alla procedura: sanguinamento, infezione della ferita, complicanze vascolari o urologiche.

A questi si aggiungono rischi clinici a medio-lungo termine, come rigetto, tossicità farmacologica, infezioni, ipertensione, diabete post-trapianto, problematiche ossee, aumento del rischio cardiovascolare e oncologico.

Per questo il follow-up non è un dettaglio amministrativo, ma rappresenta una parte integrante della terapia.

Come prepararsi al trapianto?

La preparazione inizia ben prima dell’intervento. In vista del trapianto, è fortemente suggerito di  ottimizzare la pressione arteriosa e le condizioni cardiovascolari in generale, portare il peso corporeo il più vicino possibile a quello ideale, migliorando il comportamento alimentare ed effettuando l’attività fisica compatibile con la situazione clinica, abolire il fumo, eseguire le vaccinazioni prescritte e ottimizzare il controllo del diabete nei pazienti diabetici.

Sia prima che dopo il trapianto, è essenziale mantenere una stretta comunicazione con il team  del trapianto: il paziente deve aver chiaro quali sono i farmaci che assume, qual è lo scopo per cui sono stati prescritti, e qual è la motivazione di tutti gli esami e indagini che dovrà eseguire e quali variazioni cliniche (comparsa di nuovi disturbi ) sono da segnalare al team del trapianto.

Nel trapianto da vivente, anche il donatore segue un percorso separato e indipendente di valutazione, proprio per garantire che la scelta sia libera, consapevole e sicura. Il Centro Nazionale Trapianti sottolinea che il donatore viene valutato dal punto di vista clinico e psicologico, e che la procedura avviene in uno dei centri autorizzati.

Il donatore ha diritto ad essere seguito dopo la donazione da un punto di vista nefrologico e clinico per valutare il suo stato di salute e in particolare la sua funzione renale nel tempo.

Quando si deve iniziare a pensare al trapianto?

È utile iniziare ad affrontare il problema del trapianto anche prima delle fasi avanzate della malattia renale cronica e certamente molto prima della necessità di iniziare il trattamento dialitico.

Una valutazione tempestiva consente di valutare per tempo il paziente, programmando gli esami necessari, identificare eventuali controindicazioni modificabili ed informando il paziente e il suo gruppo famigliare su tutte le opzioni disponibili, inclusa la possibilità di donazione da vivente, possibilmente da effettuare in modalità pre-emptive.

Il tempo è un fattore importante: arrivare preparati al percorso trapiantologico può ridurre incertezze, ritardi e complicazioni evitabili.

Qual è il messaggio da ricordare?

Il trapianto renale non è solo un intervento chirurgico. È un percorso complesso che inizia con la selezione del candidato, prosegue con la scelta del tipo di donazione e continua per tutta la vita con farmaci, controlli e prevenzione.

La domanda più importante non è soltanto “quando posso fare il trapianto?”, ma: sono un buon candidato, come posso prepararmi e come proteggerò il rene trapiantato nel tempo?

Riferimenti APA