Cistite e dintorni. E se non guarisce?

Le infezioni delle vie urinarie (IVU) colpiscono molte donne e, purtroppo, spesso tendono a ripresentarsi. Circa un quarto delle donne sviluppa forme ricorrenti, una percentuale che arriva al 50% nelle donne in postmenopausa. Questo fenomeno è legato a un circolo vizioso: l’infezione iniziale provoca una risposta infiammatoria che rende la vescica più vulnerabile, predisponendola a nuovi episodi
La maggiore sensibilità della vescica può derivare da alterazioni nella barriera uroteliale, nella risposta immunitaria e nella composizione del microbiota vescicale. Si formano così vere e proprie riserve batteriche, che favoriscono le recidive. Le conseguenze non sono solo fisiche: uno studio europeo evidenzia una media di tre giorni di assenza lavorativa all’anno per chi soffre di IVU ricorrenti.
Diagnosi precoce e comprensione
Affrontare le IVU in modo efficace richiede diagnosi rapide e precise, per ridurre la necessità di antibiotici e trattare il problema tempestivamente. Migliorare i test diagnostici permette di identificare con maggior precisione i batteri coinvolti, come Escherichia coli, e comprendere come sopravvivono nell’ospite.
Non tutte le donne sviluppano un’infezione: circa la metà rimane protetta, suggerendo l’esistenza di meccanismi naturali di difesa ancora poco conosciuti. Approfondire queste difese potrebbe aprire nuove strade nella prevenzione.
Il ruolo chiave del microbioma e della dieta
Il microbioma urogenitale – l’insieme di batteri, virus e funghi presenti nel tratto urinario – è al centro della ricerca moderna. Capirne il funzionamento può portare allo sviluppo di probiotici più efficaci, in grado di prevenire naturalmente le infezioni e ridurre l’uso di antibiotici, limitando il rischio di resistenze.
Anche la metabolomica e la ricerca nutrizionale stanno evidenziando quali nutrienti favoriscono la crescita batterica e il ruolo del pH urinario. Queste scoperte potrebbero aiutare a creare diete personalizzate per ridurre il rischio di infezioni.
Nuovi approcci terapeutici
Le scoperte microbiologiche stanno cambiando il modo di pensare alle IVU. L’uso esclusivo degli antibiotici non sempre è efficace e può peggiorare la situazione causando disbiosi intestinale. Intervenire sul microbiota intestinale per riequilibrarlo potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica.
In futuro sarà fondamentale comprendere i meccanismi di traslocazione batterica e sviluppare terapie mirate, integrando queste conoscenze nella pratica clinica quotidiana.
Cosa (non) fare quando le infezioni tornano
Alcuni studi suggeriscono un collegamento tra l’uso prolungato di antibiotici e il rischio di infezioni gravi, come pielonefrite, COVID-19 e setticemia, nelle donne con IVU ricorrenti. Per questo motivo, è importante una prescrizione oculata degli antibiotici, soprattutto nelle pazienti ad alto rischio.
Trattare le IVU non appena compaiono i sintomi e adottare un uso più restrittivo delle terapie soppressive, oppure ricorrere a trattamenti profilattici alternativi, può ridurre la necessità di terapie cicliche o continuative.
Studi recenti (Carl Llor et al, 2025, Exposure to suppressive antibiotic therapy in women with recurrent urinary tract infections and severity of infections: a retrospective population-based cohort study http://orcid.org/0000-0001-6644-717X) dimostrano che la terapia antibiotica soppressiva giornaliera continua può aumentare il rischio di infezioni gravi nelle donne con IVU ricorrenti. Questo mette in discussione l’uso a lungo termine degli antibiotici a scopo profilattico, soprattutto senza evidenze solide della loro efficacia.
L’aumento del rischio di ospedalizzazione giustifica un approccio più cauto e personalizzato, con trattamenti intermittenti basati sui sintomi, riservando la terapia soppressiva a pazienti ad alto rischio (es. immunodepressi o trapiantati).
Il microbiota è cruciale per mantenere un ambiente stabile e favorevole dal punto di vista immunologico, sia nel tratto respiratorio sia in quello gastrointestinale. La terapia antibiotica continuativa non aumenta solo la gravità di COVID-19, ma può influenzare anche altre malattie infettive virali e batteriche.
La incidenza cumulativa di ricoveri ospedalieri dovuta alle infezioni è più alta tra chi assume un trattamento soppressivo rispetto a chi usa antibiotici occasionalmente, con differenze significative soprattutto per pielonefrite, setticemia e COVID-19.
Grado di piuria e infezioni del tratto urinario
Hsin Tien, Katherine Bond, Wei Hong, Katie Cronin (Traduzione con GPT), Microbiol Spectr. 2025 Mar 5
Questo studio evidenzia quanto sia importante comprendere il fenomeno della leucocituria nelle IVU ricorrenti. Nelle donne – ma anche negli uomini – accade che:
- La prescrizione empirica di antibiotici, da parte del medico o tramite auto-assunzione, è il metodo più rapido per gestire le IVU, spesso associata a integratori per prolungare l’azione contro i microrganismi.
- L’uso di composti antibiotici può avere conseguenze indesiderate sull’organismo e favorire resistenze, limitando la scelta della molecola più adatta quando necessaria.
- In alcuni Paesi, l’urocoltura non è facilmente disponibile; in questi casi sono utili metodi rapidi e semplici, come lo stick urine, per valutare i rimedi da adottare.
Una modesta leucocituria può non essere significativa, mentre una soglia più alta di leucociti, soprattutto associata a esterasi leucocitaria, indica una probabile infezione del tratto urinario. L’esterasi leucocitaria è fortemente correlata ai globuli bianchi (WBC) nelle urine, così come la presenza di nitriti nello stick urine.
Lo studio mostra che una conta di 30-50 WBC/µL in oltre 6000 campioni è predittiva di IVU, suggerendo di aggiornare la soglia standard di 25 WBC/µL.
È fondamentale distinguere la leucocituria legata a IVU da quella dovuta a patologie uro-genitali correlate, che non richiedono antibiotici in assenza di batteri rilevanti. Tracciare una soglia affidabile di leucociti urinari permette di scegliere i rimedi più appropriati e di mantenere l’equilibrio fisiologico dell’apparato urinario e uro-genitale, tenendo conto dell’esistenza di un microbiota urinario fisiologico.

