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Lavorare con gli adolescenti

Lavorare con famiglie di adolescenti richiede la considerazione del concetto di fase e ciclo di vita familiare. Sebbene le situazioni possano variare, esistono somiglianze fondamentali tra le diverse famiglie: l'adolescenza rappresenta un periodo di transizione in cui i giovani cercano autonomia e distacco dalla famiglia. La dinamica familiare può influenzare questa transizione, alcune famiglie permettono ai propri figli di allontanarsi in modo sano, mantenendo comunque un solido legame familiare, mentre altre famiglie mostrano una dinamica più restrittiva, in cui i tentativi di allontanamento dell'adolescente vengono respinti con forza

Il filo di Minuchin

È fondamentale considerare il concetto di fase e di ciclo di vita familiare quando si lavora con le famiglie di adolescenti. Sebbene vi siano differenze nel trattare una famiglia con una figlia affetta da anoressia rispetto a una famiglia con un adolescente che fugge da casa, esistono anche somiglianze fondamentali.

Secondo la metafora proposta da Minuchin, le persone all'interno di una famiglia sono legate da fili. Se questi fili sono lunghi, l'adolescente può intraprendere un percorso lontano dalla famiglia, ad esempio sposarsi e trasferirsi altrove, mantenendo comunque un legame familiare solido. Nonostante la distanza fisica, il filo permette la libertà di movimento. In altre famiglie, le persone sono legate da elastici, quindi più i singoli individui cercano di allontanarsi, più vengono riportati indietro con violenza quando l'elastico si tira. A volte, questa dinamica viene esplicitamente evidenziata alla famiglia. Ad esempio, pensiamo alle fughe di casa degli adolescenti, che spesso si trasformano in vere e proprie trappole: a causa dell'età minorile, vengono attivati meccanismi che alla fine costringono i ragazzi a tornare a casa con molta meno libertà di prima della fuga. Questo comportamento autonomo si rivela quindi controproducente a causa dell'effetto "elastico".

Imparare ad accettare l’adolescenza

Secondo la scuola di Palo Alto, il problema spesso deriva dai tentativi di trovare soluzioni che creano ulteriori problemi. Questo vale in particolare per le problematiche umane irrisolvibili, che dobbiamo imparare ad accettare come parte dell'adolescenza stessa. Come diceva Menandro, "il tempo è il rimedio di tutti i mali inevitabili", una frase che si adatta bene all'adolescenza, un periodo che tutti dovrebbero accettare, genitori compresi.

Tuttavia, spesso non ci si rassegna. L'adolescente tenta di fuggire di casa, i genitori rispondono con misure più severe (più il figlio trasgredisce, più i genitori sanzionano e reprimono), creando così un circolo vizioso senza fine. In alcune famiglie, vi è un conflitto esteso tra i genitori, che urlano e litigano, e riconoscono da soli che, in una situazione del genere, il figlio "non può andarsene". Infatti, il figlio può percepire uno dei genitori come più vulnerabile e non si sente di abbandonare il campo di battaglia. In questi casi, è utile stabilire un confine generazionale e far comprendere al figlio che i genitori sono autonomi e in grado di stare insieme anche se litigano, senza però arrivare a soluzioni catastrofiche o alla separazione definitiva (una paura comune per molti adolescenti). Nel modello pragmatico-elementare, spesso utilizziamo il mondo stesso per avvicinarci all'adolescente.

Durante uno o due colloqui individuali, bisogna cercare di entrare nel mondo dell'adolescente. È facile cadere nella trappola di schierarsi con l'adolescente che cerca l'autonomia e appare come il più debole. Questo approccio è dannoso: secondo l’esperienza della Prof.ssa Buonsante, è meglio partire dalle richieste dei genitori, anche se sembrano rigide agli occhi dell'adolescente.

Appoggiando l'adolescente contro i genitori, non si ottiene alcun risultato positivo. Anzi, l'adolescente potrebbe decidere di non tornare più in terapia e la famiglia potrebbe non voler continuare il percorso di supporto.

Riconoscere l’autonomia dell’adolescente

La regola pratica di inizialmente sostenere le richieste dei genitori e poi negoziare per ottenere regole più flessibili può essere applicata a vari operatori. Secondo la teoria della comunicazione, è utile stabilire norme chiare di convivenza. Ad esempio, un'interessante prescrizione metaforica prevede di lavorare con le famiglie sul concetto di spazio per favorire l'individuazione dell'adolescente all'interno della famiglia. Si può chiedere a ciascun membro della famiglia di esprimere come utilizza lo spazio all'interno della casa. Idealmente, ogni individuo dovrebbe avere la propria stanza da letto, ma se ciò non è possibile, dovrebbero comunque avere un cassetto chiuso a chiave, una parte dell'armadio o uno spazio personale in cui sia riconosciuta l'autonomia. Questa pratica è facilmente accettata dalle famiglie perché intuitivamente comprensibile.

A volte però gli adolescenti non hanno uno spazio proprio, magari hanno una stanza ma i loro cassetti non hanno serrature o i loro vestiti vengono indossati da altri fratelli. In queste situazioni, spesso tipiche delle famiglie con problemi di dipendenza o dei ceti più bisognosi, l'adolescente non riesce a sviluppare la propria autonomia. In questo senso, alcuni spazi appositi, come ad esempio il Centro d’interesse, possono rivelarsi estremamente utili, poiché forniscono una funzione strumentale che alcune famiglie non sono in grado di svolgere adeguatamente, mentre mantengono intatto il legame affettivo. Questi centri offrono un ambiente in cui le persone possono imparare a sostenere i propri figli, sostenendosi a vicenda come comunità.