Trauma psicologico: non è colpa tua, puoi uscirne
Il trauma psicologico non è una debolezza e non è una colpa. È una risposta profonda della mente e del corpo a esperienze che hanno superato, in quel momento, la capacità della persona di sentirsi al sicuro, protetta o in controllo.
Può nascere da un evento recente, come un incidente, una perdita, una malattia, un’aggressione o una situazione improvvisa e spaventosa. Ma può anche avere radici molto più antiche: relazioni difficili con le figure di attaccamento, esperienze infantili dolorose, trascuratezza emotiva, lutti non elaborati o dinamiche familiari che si ripetono nel tempo.
La Dott.ssa Fiorella Palombo, psicologa e psicoterapeuta, si occupa di trauma psicologico, ansia, stress, fobie, attacchi di panico, lutto e terapia di coppia. Ha un approccio integrato che include terapia cognitivo-comportamentale, mindfulness, ipnosi regressiva terapeutica, EMDR e tecniche innovative per la terapia dei traumi, tra cui EMDR Somatic Therapy.
Che cos’è un trauma psicologico?
Un trauma psicologico è un’esperienza che lascia una traccia emotiva, corporea e relazionale. Non sempre coincide con un singolo evento drammatico: a volte è il risultato di situazioni ripetute, silenzi, svalutazioni, paura, solitudine o mancanza di protezione.
La persona può sentirsi bloccata in uno stato di allarme, anche quando il pericolo non è più presente. Possono comparire ansia, insonnia, irritabilità, difficoltà a fidarsi, senso di colpa, vergogna, pensieri intrusivi, evitamento, tensione corporea o sensazione di essere “disconnessi” da sé stessi.
Le linee guida NICE sul disturbo post-traumatico da stress ricordano che la valutazione deve considerare anche situazioni di trauma complesso e bisogni specifici della persona, soprattutto quando sono presenti rischi, sintomi persistenti o difficoltà relazionali importanti.
Non tutti i traumi sono uguali
È importante distinguere tra traumi recenti e traumi del passato remoto. Un trauma recente può essere legato a un evento improvviso e riconoscibile. Un trauma del passato, invece, può provenire da esperienze precoci con le figure di attaccamento, cioè dalle persone che avrebbero dovuto offrire sicurezza, cura e protezione.
Esistono anche vissuti che possono essere percepiti come traumi generazionali, quando sofferenze, paure, modelli relazionali o ferite familiari sembrano trasmettersi da una generazione all’altra attraverso comportamenti, silenzi, ruoli o modalità affettive.
Nel trauma complesso, riconosciuto nella classificazione ICD-11, possono essere presenti difficoltà nella regolazione emotiva, immagine negativa di sé e problemi nelle relazioni, oltre ai sintomi tipici dello stress post-traumatico.
Perché il trauma non è colpa tua?
Molte persone traumatizzate si chiedono: “Perché non ho reagito?”, “Perché non me ne sono andata?”, “Perché ancora oggi sto male?”. Queste domande possono aumentare vergogna e senso di colpa.
In realtà, davanti a una minaccia, il sistema nervoso può reagire in modi diversi: fuga, attacco, blocco, sottomissione, dissociazione. Non sono scelte razionali nel senso comune del termine, ma risposte automatiche di sopravvivenza.
Per questo il primo passo non è giudicarsi, ma comprendere che cosa è accaduto e come quell’esperienza continua a influenzare il presente.
Prima di elaborare il trauma bisogna capire cosa sta succedendo
Non sempre è utile “andare subito dentro” il ricordo traumatico. Prima è necessario capire perché la persona sta chiedendo aiuto, quali sintomi presenta, quali risorse possiede e quale livello di sicurezza emotiva e corporea è disponibile.
La fase iniziale del percorso serve a costruire stabilità. Significa aiutare la persona a riconoscere i segnali del corpo, modulare l’ansia, tornare nel presente, creare confini più chiari e recuperare un senso minimo di sicurezza.
Solo dopo questa fase può essere possibile lavorare in modo più diretto sulla rielaborazione del trauma, rispettando tempi, limiti e bisogni della persona.
Il punto chiave: guarire non significa raccontare tutto subito
Molti pensano che per guarire da un trauma sia necessario raccontare ogni dettaglio, rivivere tutto o “tirare fuori” il dolore il prima possibile. Non è così.
In molti casi, il lavoro terapeutico inizia prima dal senso di sicurezza che dal ricordo. Una persona può avere bisogno di imparare a restare nel presente, riconoscere le proprie emozioni, ascoltare il corpo senza spaventarsi e costruire fiducia nella relazione terapeutica.
Questo è particolarmente importante nei traumi complessi, nei traumi antichi e nelle ferite legate all’attaccamento. In questi casi, il percorso non riguarda solo “un evento”, ma anche il modo in cui la persona ha imparato a percepire sé stessa, gli altri e il mondo.
Un metodo terapeutico integrato
Nel metodo terapeutico della Dott.ssa Palombo, il trattamento del trauma può integrare diversi strumenti: EMDR, ipnosi regressiva, stimolazione somatica bilaterale, lavoro sul perdono e Compassion Focused Therapy.
Questi elementi rappresentano aspetti centrali del suo approccio, che mira a lavorare non solo sul ricordo traumatico, ma anche sul corpo, sulle emozioni, sul senso di colpa, sulla vergogna, sull’autocritica e sulla possibilità di sviluppare una relazione più compassionevole con sé stessi.
L’EMDR è una terapia strutturata che utilizza anche stimolazioni bilaterali, come movimenti oculari, stimoli tattili o sonori, durante il lavoro sui ricordi traumatici. Il National Center for PTSD descrive l’EMDR come una terapia usata per il PTSD e segnala evidenze moderate sulla riduzione dei sintomi, mentre le linee guida NICE includono EMDR e terapie cognitive focalizzate sul trauma tra gli interventi per adulti con PTSD o sintomi clinicamente significativi.
La Compassion Focused Therapy può essere utile quando il trauma è associato a vergogna, senso di colpa, autocritica e difficoltà a provare gentilezza verso sé stessi. La letteratura segnala un legame tra maggiore self-compassion e minori sintomi post-traumatici, pur con la necessità di adattare sempre l’intervento alla storia del singolo paziente.
Scienza e spiritualità: cosa significa in terapia?
Nel percorso della Dott.ssa Palombo, l’approccio integrato unisce strumenti psicoterapeutici e attenzione alla dimensione spirituale della persona. In questo contesto, spiritualità non significa imporre credenze o sostituire la psicoterapia con pratiche non cliniche, ma dare spazio alla ricerca di senso, alla consapevolezza, al perdono, alla compassione e alle risorse interiori.
Per alcune persone, dopo un trauma, il dolore non riguarda solo ciò che è accaduto, ma anche domande profonde: “Chi sono ora?”, “Posso fidarmi ancora?”, “Posso perdonarmi?”, “Posso tornare a sentirmi intera?”. Un percorso terapeutico integrato può aiutare a esplorare queste domande in modo rispettoso, sicuro e personalizzato.
Il perdono non significa giustificare
Nel lavoro sul trauma, il perdono non deve essere inteso come obbligo morale, né come giustificazione di chi ha ferito. Non significa negare il danno, minimizzare l’esperienza o tornare in una relazione pericolosa.
Può invece diventare, quando la persona è pronta, un processo interiore di liberazione dal peso della colpa, della rabbia e dell’autocondanna. In alcuni casi il primo perdono necessario non è rivolto agli altri, ma a sé stessi: perdonarsi per non aver saputo reagire, per aver avuto paura, per essere rimasti bloccati o per aver sviluppato sintomi.
Che ruolo ha il corpo?
Il trauma non vive solo nei pensieri. Molte persone lo sentono nel corpo: tensione, nodo alla gola, peso al petto, tachicardia, tremori, stanchezza, dolore diffuso, blocco respiratorio o senso di allarme costante.
Per questo un approccio somatico può aiutare a riconoscere i segnali corporei e a riportare il sistema nervoso verso una maggiore regolazione. La stimolazione somatica bilaterale, quando utilizzata da professionisti formati e all’interno di un percorso terapeutico, può essere uno strumento per favorire stabilizzazione, integrazione e rielaborazione.
Quando chiedere aiuto?
È utile chiedere aiuto quando il passato continua a condizionare il presente. Alcuni segnali possono essere:
- ansia o paura persistente;
- attacchi di panico;
- insonnia o incubi;
- evitamento di luoghi, persone o situazioni;
- difficoltà a fidarsi;
- senso di colpa o vergogna;
- irritabilità o ipervigilanza;
- distacco emotivo;
- ricordi intrusivi;
- relazioni ripetitive o dolorose;
- sensazione di non riuscire a “uscirne” da soli.
Chiedere aiuto non significa essere fragili. Significa iniziare a prendersi cura di una ferita che merita attenzione.
Si può uscire da un trauma?
Sì, è possibile stare meglio. Non sempre il trauma “sparisce”, ma può essere rielaborato. La persona può imparare a non essere più dominata dai ricordi, a riconoscere i propri bisogni, a proteggersi, a scegliere relazioni più sane e a vivere con maggiore libertà interiore.
Il percorso richiede tempo, gradualità e una relazione terapeutica sicura. Non esiste un metodo uguale per tutti: ogni persona porta una storia diversa, risorse diverse e tempi diversi.
Una nota sulla violenza di genere
Tra le possibili esperienze traumatiche rientra anche la violenza di genere, che può avere conseguenze profonde sul piano psicologico, corporeo e relazionale. In presenza di violenza attuale, minacce o pericolo, è importante rivolgersi ai servizi dedicati e chiedere supporto immediato.
In Italia è attivo il 1522, numero antiviolenza e antistalking gratuito, disponibile 24 ore su 24 anche tramite chat sul sito ufficiale.
Qual è il messaggio da ricordare?
Il trauma non definisce chi sei. Non è colpa tua se il corpo e la mente hanno cercato di proteggerti come potevano.
Il primo passo è comprendere cosa sta accadendo, riconoscere l’origine della sofferenza e costruire sicurezza. Da lì può iniziare un percorso di rielaborazione che tenga insieme mente, corpo, emozioni, relazione terapeutica e significato personale.
Uscire dal trauma non significa cancellare la storia, ma smettere di viverla come una prigione.
Riferimenti APA
- American Psychological Association. (2017). Clinical practice guideline for the treatment of posttraumatic stress disorder (PTSD) in adults. https://www.apa.org/ptsd-guideline
- Hamrick, L. A., Owens, G. P., & Young, J. (2021). Investigating the influence of self-compassion-focused interventions on posttraumatic stress: A systematic review and meta-analysis. Journal of Clinical Psychology, 77(11), 2515–2536. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8460848/
- Karatzias, T., Shevlin, M., Fyvie, C., Hyland, P., Efthymiadou, E., Wilson, D., Roberts, N., Bisson, J. I., Brewin, C. R., & Cloitre, M. (2019). ICD-11 complex post-traumatic stress disorder: Simplifying diagnosis in trauma populations. The British Journal of Psychiatry, 216(3), 129–131. https://www.cambridge.org/core/journals/the-british-journal-of-psychiatry/article/icd11-complex-posttraumatic-stress-disorder-simplifying-diagnosis-in-trauma-populations/E53B8CD7CF9B725FE651720EE58E93A4
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- National Institute for Health and Care Excellence. (2018, updated 2024). Post-traumatic stress disorder (NICE guideline NG116). https://www.nice.org.uk/guidance/ng116

