Neurologia alle medie e alte quote: effetti dell’ipossia sul cervello

L’alta quota rappresenta una condizione particolare che mette alla prova l’organismo umano. Sempre più persone, per motivi sportivi, turistici o professionali, si recano in montagna a medie quote ed anche a quote elevate. Questa esposizione, tuttavia, può determinare effetti specifici sul cervello e sul sistema nervoso, legati alla ridotta disponibilità di ossigeno. Approfondiamo l’argomento con il Prof. Corrado Angelini, specialista in Neurologia a Padova e Piove di Sacco e docente del Corso di Perfezionamento di Medicina in Montagna dell’Università di Padova, componente commissione medica UIAA.
Classificazione delle altitudini
L’altitudine si divide in:
- Bassa quota: 500-2000 m
- Media quota: 2000-3000 m
- Alta quota: 3000-5500 m
- Quota estrema: oltre 5500 m
Con l’aumentare della quota diminuisce la pressione atmosferica e, di conseguenza, la pressione parziale di ossigeno (PO₂). Questo fenomeno, chiamato ipossia ipobarica, è il principale fattore che influenza le funzioni neurologiche in montagna.
Effetti dell’ipossia sul sistema nervoso
Il cervello è l’organo più sensibile alla mancanza di ossigeno, essendo altamente dipendente da un costante apporto di ossigeno e glucosio.
- Risposta ventilatoria: inizialmente l’organismo aumenta la frequenza respiratoria per compensare l’ipossia. Questo comporta però una riduzione della CO₂ (ipocapnia) e un aumento del pH ematico (alcalosi), che ostacolano il respiro. Nei giorni successivi il rene compensa eliminando bicarbonati, permettendo un adattamento respiratorio più stabile.
- Adattamento a lungo termine: con il tempo aumenta il numero di globuli rossi (ematocrito), migliora la capacità di diffusione polmonare e cresce la vascolarizzazione dei tessuti cerebrali.
- Conseguenze cognitive: esposizioni prolungate oltre gli 8500 metri senza ossigeno supplementare sono state associate a deficit di memoria e ridotta flessibilità cognitiva.
Rischi neurologici in alta quota
Tra le principali problematiche neurologiche associate all’alta quota si segnalano:
- Cefalea da altitudine: sintomo frequente, legato a ipossia e vasodilatazione cerebrale.
- Disturbi cognitivi transitori: difficoltà di concentrazione, riduzione dell’attenzione e rallentamento nei tempi di reazione. Vi sono anche effetti psichici quali l’euforia che fa sottovalutate il pericolo o la depressione.
- Edema cerebrale d’alta quota (HACE): condizione rara ma grave, caratterizzata da edema cerebrale, confusione, atassia e, nei casi estremi, coma.
Pazienti con patologie neurologiche
Un aspetto rilevante in neurologia riguarda i pazienti con patologie preesistenti, come disturbi del sonno, emicrania, epilessia, attacco ischemico transitorio, ictus pregresso, morbo di Parkinson, sclerosi multipla, neuropatie o malattie neuromuscolari. Prima di intraprendere viaggi in alta quota, è consigliata una valutazione neurologica preventiva per stimare i rischi e, se necessario, adottare misure protettive come la salita graduale, la discesa o l’uso di ossigeno supplementare.
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Conclusioni
L’esposizione all’alta quota comporta un adattamento complesso, che coinvolge respirazione, circolazione e metabolismo cerebrale. Per la maggior parte delle persone i sintomi sono lievi e transitori, ma nei soggetti vulnerabili o in condizioni estreme i rischi neurologici possono essere significativi. La consulenza neurologica specialistica consente di affrontare la montagna in sicurezza, riducendo il rischio di complicanze quali il male acuto di montagna o l’edema cerebrale, che sono pericolosi e difficili da trattare. Vi sono centri specialistici e ambulatori con test per la pevenzione dei danni cerebrali all’Ospedale di Aosta e Bolzano (EURAC). Due simposi sono stati condotti a Padova nei Congressi SIN sulle linee guida di prevenzione UIAA.

