Le neuroscienze e la clinica psichiatrica

Autore: Prof. Diego Centonze
Pubblicato:
Editor: Antonietta Rizzotti

Negli ultimi anni abbiamo visto un ravvicinamento tra l’osservazione dei processi mentali e le neuroscienze. Nonostante questo avvicinamento, il trattamento dei disturbi del comportamento, dell’umore e del pensiero risente, ancora oggi, della divisione dei concetti di neuropsicologia e neurologia da un lato e di psicoterapia e psichiatria dall’altro. Il Prof. Diego Centonze, esperto in Neurologia a Roma, ci aiuta a capire meglio

 

I disturbi mentali trovano spesso indicazione nella terapia psicoterapica e non sono causati da danniCercello strutturali dimostrabili attraverso le metodiche di neuroimaging del cervello.

L’esperienza clinica abituale ci insegna che i sintomi che si sovrappongono fenomenologicamente trovano indicazione nella terapia farmacologica se questi si manifestano in seguito a danni o lesioni del sistema nervoso centrale oppure nella terapia psicoterapeutica se, invece, non sussistono lesioni.

Questa distinzione ha generato una separazione tra neurologia e psicoterapia/psichiatria, motivo per il quale i disturbi del comportamento, emotivi e del pensiero che si manifestano nel corso della patologia di Alzheimer, dell’epilessia, della malattia di Parkinson e della sclerosi multipla non ricevono l’attenzione degli psicoterapeuti né il trattamento adeguato da parte dei neurologi o degli psichiatri, che nella maggior parte delle volte non hanno una buona formazione in psicoterapia.

Patologie neurologiche e sintomi mentali

Le patologie neurologiche sopraindicate vengono descritte clinicamente con sintomi appartenenti alla sfera mentale e sono sempre di più riconosciuti grazie ad una maggiore attenzione rispetto al passato.

Ad esempio, nei pazienti con sclerosi multipla (patologia con una chiara patogenesi infiammatoria e autoimmunitaria) vengono riscontrati sintomi di depressione e ansia con una maggiore frequenza di quanto una tesi reattiva potrebbe annunciare e, infatti, grazie ad alcuni studi da noi condotti è stata evidenziata una chiara origine infiammatoria, legata all’azione di citochine nel cervello, nei disturbi dell’umore nei pazienti con sclerosi multipla.

Del resto, anche la cosiddetta depressione endogena, ovvero non secondaria ad altre patologie, trova sollievo dalle terapie volte a fermare i mediatori dell’infiammazione, evidenziando quindi che la distinzione tra la depressione primaria e la depressione reattiva è in gran parte artificiosa.

Parallelamente, nella patologia di Parkinson tendono a manifestarsi, insieme ai sintomi motori, anche disturbi del sonno, dell’umore o del comportamento, allucinazioni. Sintomi che possono manifestarsi come effetto collaterale della terapia farmacologica e che, nella maggior parte dei casi, hanno un impatto molto negativo sulla qualità della vita dei pazienti, specie quando non vengono trattati nel modo adeguato.

Oggi, stiamo assistendo a un progressivo superamento di un’antica tesi sulla relazione tra ambiente e geni. Secondo una classica visione, i neuroni che compongono il cervello non sono soggetti a modifiche a seguito delle esperienze di vita vissute, poiché quello che una persona sarà è già indicato nel suo DNA. Tale visione è stata superata grazie agli studi sulla plasticità sinaptica e sulla epigenetica che ci hanno mostrato come le esperienze di vita, positive o negative, plasmano i circuiti cerebrali altrettanto bene dell’ereditarietà e posso anche cambiare (in bene o in male) il destino deciso dalla genetica.

Le neuroscienze moderne

Come detto, grazie al contributo delle neuroscienze moderne, l’ipotesi del determinismo genetico è stata superata. I termini di plasticità sinaptica, rumore genetico e di epigenetica, ridelineano la funzione dell’interazione tra genetica e ambiente.

Il concetto di rumore genetico allude al fatto che in una persona l’espressione di singoli geni potrebbe modificarsi da un momento all’altro anche quando l’ambiente circostante non cambia ed evidenzia in maniera specifica quanto siamo geneticamente determinati a non essere determinabili interamente dai nostri geni.

Secondo il principio della epigenetica, le esperienze vissute da un individuo hanno la capacità di alterare i meccanismi di espressione e regolazione dei geni, portando, alle volte, alla loro soppressione. Le conseguenze di questa condizione potrebbero essere ereditate o persistere per il resto della vita.

Le più recenti conoscenze che derivano dalle neuroscienze possono dare vita nuove ipotesi grazie alle quale è possibile capire in maniera più approfondita i fenomeni clinici della pratica psichiatrica.

Prof. Diego Centonze
Neurologia

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