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Malattia di Alzheimer: l’inizio di una nuova stagione terapeutica?

Negli ultimi anni la ricerca sulla malattia di Alzheimer ha intrapreso una direzione che fino a poco tempo fa sembrava irraggiungibile: intervenire non solo sui sintomi, ma sulla biologia stessa della malattia. In questo scenario stanno assumendo un ruolo centrale due anticorpi monoclonali diretti contro la proteina beta amiloide, lecanemab e donanemab, sviluppati con l’obiettivo di rallentare la progressione del deterioramento cognitivo.

Approvati a livello europeo e già utilizzati in modo controllato in alcuni centri italiani, questi farmaci rappresentano un passaggio importante verso terapie disease modifying, cioè capaci di modificare il decorso clinico della malattia e non solo di controllarne i sintomi.

Il ruolo dei nuovi anticorpi anti-amiloide

La loro funzione è legata a un meccanismo noto da tempo: la formazione e l’accumulo delle placche di beta amiloide nel cervello, uno dei processi chiave nella fisiopatologia dell’Alzheimer. Lecanemab e donanemab sono progettati per riconoscere queste placche e favorirne la rimozione.

Gli studi clinici più recenti suggeriscono che questa strategia, se applicata nelle fasi iniziali della malattia, può tradursi in un rallentamento misurabile del declino cognitivo. Nel caso di lecanemab, lo studio CLARITY AD ha evidenziato una riduzione del 27% del peggioramento rispetto al placebo, un risultato che, pur non rappresentando una cura definitiva, indica un cambiamento significativo nel modo di affrontare la progressione della malattia.

Lo studio CLARITY AD e i risultati clinici

Lo studio CLARITY AD ha valutato l’efficacia di lecanemab concentrandosi principalmente sul cambiamento, dopo 18 mesi di trattamento, del punteggio CDR SB, la scala che misura il declino cognitivo e funzionale complessivo.

Accanto a questo endpoint principale, i ricercatori hanno analizzato altri parametri per comprendere meglio l’impatto del trattamento. Tra questi la riduzione delle placche di amiloide osservata alla PET, il miglioramento dei punteggi cognitivi valutati con ADAS Cog14 e ADCOMS, e l’andamento delle attività quotidiane misurato tramite ADCS MCI ADL.

Nel loro insieme, questi indicatori hanno permesso di evidenziare sia l’effetto biologico del farmaco sia le sue ricadute sulle funzioni cognitive e sulla vita quotidiana dei pazienti. Tutti gli endpoint analizzati sono stati raggiunti con significatività statistica.

Il percorso regolatorio europeo

Il percorso regolatorio europeo è stato complesso ma si è concluso con il via libera della Commissione Europea in momenti distinti: lecanemab nell’aprile 2025 e donanemab nel settembre 2025.

Le approvazioni prevedono tuttavia criteri di utilizzo molto precisi. Le terapie sono infatti destinate esclusivamente ai pazienti nelle fasi molto precoci della malattia, con conferma biologica della presenza di amiloide e con un profilo genetico specifico.

In particolare, sono esclusi i pazienti con due copie del gene ApoE4, che presentano un rischio più elevato di sviluppare ARIA, una condizione caratterizzata da anomalie rilevabili alla risonanza magnetica, talvolta associate a edema o microemorragie cerebrali. Questo approccio rappresenta un esempio concreto di medicina di precisione, che limita la platea dei candidati ma aumenta la sicurezza del trattamento.

La situazione in Italia e l’esperienza dei centri specializzati

In Italia queste terapie non sono ancora entrate nella pratica clinica ordinaria. Lecanemab è attualmente inserito da AIFA in Classe C (nn), quindi approvato ma non rimborsato, e un percorso simile è in corso per donanemab.

Questo significa che i farmaci non sono ancora prescrivibili tramite il Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia alcuni centri altamente specializzati hanno già acquisito esperienza grazie alle normative sull’uso terapeutico controllato.

Il Centro per l’Alzheimer e le Malattie Correlate (CARD) dell’IRCCS San Raffaele di Milano è stato il primo in Italia a somministrare lecanemab, a partire da settembre 2024, sviluppando un modello organizzativo che ha attirato interesse a livello internazionale.

La presa in carico del paziente avviene tramite un percorso strutturato che comprende screening preliminare, biomarcatori plasmatici, analisi del liquor, valutazioni multidimensionali e monitoraggi radiologici ripetuti, fondamentali per individuare precocemente eventuali effetti collaterali.

Entro l’inizio del 2026 il centro aveva già valutato numerosi pazienti, ma solo una piccola percentuale – tra il 18% e il 20% – risultava idonea al trattamento, a conferma della selettività dei criteri richiesti.

Le sfide future della terapia dell’Alzheimer

L’accesso a questi farmaci resta quindi limitato ai pazienti nelle primissime fasi dell’Alzheimer, con diagnosi biologica certa e con un profilo genetico e radiologico compatibile con i protocolli di sicurezza.

La sfida futura non è soltanto clinica, ma anche organizzativa e sanitaria. Sarà necessario aumentare il numero di centri specializzati, potenziare la diagnostica precoce, sviluppare una rete di neuroimmagini adeguata e definire rapidamente da parte di AIFA i criteri di rimborsabilità e prescrizione.

La comunità scientifica continua intanto a monitorare l’impatto reale di queste terapie, consapevole che rappresentano un primo passo importante ma non ancora una soluzione definitiva.

È difficile stabilire oggi se lecanemab e donanemab inaugureranno davvero una nuova era terapeutica per l’Alzheimer, ma è indubbio che segnino un cambio di paradigma. Per la prima volta la ricerca clinica sembra riuscire a rallentare, anche se parzialmente, il corso di una malattia che finora avanzava in modo inesorabile.

Per migliaia di pazienti e famiglie questo può significare più tempo, maggiore autonomia e una progressione della malattia meno rapida. E in una patologia complessa come l’Alzheimer, anche un rallentamento parziale del declino può avere un valore enorme nella vita quotidiana delle persone.


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