Parkinson: non colpisce solo gli anziani!

Autore: Prof. Alessandro Stefani
Pubblicato: | Aggiornato: 02/05/2023
Editor: Antonietta Rizzotti

Il Prof. Alessandro Stefani, esperto in Neurologia a Roma, ci aiuta a comprendere meglio l’insorgenza del Parkinson

A quale età può insorgere il Parkinson?

Sarebbe un errore considerare il Parkinson una malattia che affligge solo le persone anziane. Un tempo, si insegnava che l’età media di insorgenza stava intorno ai 56 (età produttiva!). Oggi, quell’età va anticipata; e non è un mistero che ci siano oltre il 10% di soggetti parkinsoniani sotto i 40 anni. Talora, ciò indica predisposizione genetica o vere e proprie mutazioni. Per fortuna, l’ereditarietà in genere non induce una forma di malattia molto più severa.

paziente e medico

L’epidemiologia è, peraltro, materia complessa. Cosa intendo? Che, nonostante quanto premesso, il Parkinson conquista spazio anche nel corso dell’invecchiamento! Sicché si arriva ad una prevalenza > 1% sopra gli 80 anni. In Italia, ci sono circa 250.000 sindromi Parkinsoniane.

Il Parkinson compromette solamente i movimenti?

Tema complesso. Distinguiamo bene.

In primo luogo l’evoluzione del Parkinson è per certo versi variabile; si va da un estremo che possiamo giudicare “benigno” (ad esempio esordio tardivo in un 70enne senza altre malattie, che lamenta soprattutto tremore da un lato.) ebbene, questi evolve lentamente e risponde ai farmaci per oltre un lustro; all’estremo opposto, soggetti che lamentano presto limitazioni nella marcia o che manifesteranno turbe di coordinazione/equilibrio in 2 anni. Perché introduco questi estremi/fenotipi? Perché spesso viene raccontata una narrazione di comodo, vera soltanto per i grandi numeri. E tale narrazione include una fase di luna di miele (3 anni?) nel corso della quale il paziente risponde degnamente ai farmaci, quindi una fase intermedia con moderate complicazioni (fluttuazioni delle performance, necessità di adeguare terapie in cocktail validi ma forieri di effetti anche indesiderati); infine una fase terza, avanzata, verso il decennio ed oltre dove si illuminano per così dire le stelle maligne, siano le cadute, il freezing, o il rischio di demenza.

Posto che l’evoluzione sia così variabile, ogni anno si peggiora del 3-5%, inteso come rapidità di esecuzione degli atti motori.

Quali sono i sintomi del Parkinson (motori e non motori)?

Tale descrizione però non considera una galassia di sintomi/segni non-motori. Il Parkinson è modernamente intesa come una sindrome, nel senso che contiene un variabile pacchetto di disturbi che coinvolgono aree diverse, tra le quali: alterata qualità e struttura del sonno; disagi nella funzionalità intestinale; modifiche della personalità e delle attitudini; senso di fatica o sonnolenza. È molto importante comprendere che la cornucopia dei sintomi non motori può rappresentare sia un campanello di allarme assai precoce (anni prima di deficit motori visibili e oggettivi, magari ne acquisiamo consapevolezza soltanto dopo) ma anche una serie di complicanze che affliggono il paziente durante la sua vita di Parkinsoniano certificato. Si pensi, ad esempio, alla urgenza di urinare, ad una forma specifica di depressione, a difficoltà in alcune funzioni cognitive. L’argomento sarebbe davvero molto ampio, la ricerca sta lavorando proficuamente su questo (per esempio, siamo a caccia di marcatori precoci in aree che governano intestino, olfatto, ed altri distretti extra-motori).

Quali sono le possibili terapie per affrontare il Parkinson?

Le terapie per il Parkinson sono tante. Il paziente si convinca che si parte con un bagaglio di mezzi non indifferente. La prima cosa è acquisire fiducia, guardare il nemico in faccia, e affidarsi ad una serie di specialisti.

I farmaci sono affidabili. La levodopa, che diventa dopamina sostitutiva, è declinata in diverse forme; la sua disponibilità risale ad almeno 50 anni fa ma conserva notevole efficacia. In alternativa (o in sinergia) agiscono farmaci cosiddetti dopamino-agonisti (che mimano, in parte, l’azione della cosiddetta dopamina); si aggiungono molecole che limitano/frenano i meccanismi demolitivi della dopamina, dunque ne prolungano l’azione. Senza dimenticare che la levodopa, per casi avanzati, può venir somministrata con pompe e peg direttamente nel duodeno/digiuno (duodopa) o per via sottocutanea (sperimentazioni de facto ormai accessibili).

Un neurologo moderno sa che, accanto a farmaci ed empatia, ci sta un mondo di interventi extra. Sappiamo ormai quanto sia utile mettere in campo strategie ludico-sportive e/o riabilitative. Il Parkinson è un pesante ospite inatteso; che tenderà a farci dimenticare la scioltezza motoria, l’automatismo del passo, la motivazione al fare. Non sorprende, ad esempio che musica/danza, nordic walking (specie non da soli!), o una congerie di esercizi, dalla camminata veloce fino al tai-chi, siano ormai protagonisti delle strategie terapeutiche.

Un breve, ma essenziale, capitolo a parte riguarda le strategie complesse. In primo luogo la neurochirurgia funzionale (“deep brain stimulation”) ovvero impiantare elettrodi nel vostro cervello. Non reagite con disgusto! Lo facciamo da oltre 30 anni, le tecniche sono affidabili ed evolute. Certo, si invadono aree profonde dei nostri emisferi cerebrali e ci sono rischi; ma si possono ottenere, in virtù di un “nuovo ritmo elettrico imposto” risultati clinici gratificanti.

Prof. Alessandro Stefani
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