Perché la dietoterapia a volte non funziona e come riuscire a consolidare la durevolezza dei risultati

Autore: Dott. Massimo Chiaretti
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Editor: Marta Buonomano

Il Dott. Massimo Chiaretti, esperto in Chirurgia Generale e Dietologia a Roma, nonché Dirigente del Dipartimento Chirurgia Generale, Specialità Chirurgiche e Trapianti d’Organo “Paride Stefanini” presso il Policlinico Umberto I di Roma, ci spiega come ottenere risultati duraturi con la dietoterapia

Perché è difficile cambiare lo stile di vita delle persone obese?

Cambiare lo stile di vita delle persone obese è una sfida clinica e un tipo di approccio, tra le terapie conservative, tra i meno efficaci in medicina. Le persone si nutrono eccessivamente e spesso in modo errato, si muovono poco a causa del lavoro, in molti casi di tipo sedentario, molti fumano, molti, specialmente tra gli adolescenti e tra i giovani adulti hanno preso l’abitudine di bere alcolici e superalcolici, vivendo in modo disordinato, disordine che interferisce con i ritmi circadiani dell’organismo. Il “buon bere” (frase che spesso si sente sui media nei programmi di economia, di cucina e d’intrattenimento) direi che non esiste, perché sempre di alcol si tratta. E serve a giustificare l’assunzione di alcol nei giovani. Il concetto fondamentale è l’abolizione, in certe fasce di età, e lo stretto controllo della quantità per tutte le altre fasce di età. Controllo non con un nuovo proibizionismo ma con frequenti campagne pubblicitarie educative mirate ad accrescere la personale consapevolezza delle proprie scelte.

L’insieme di tali fattori facilita il decadimento dello stato di salute ed espone il soggetto all’insorgenza di malattie. In tutto il mondo industrializzato circa 6 milioni di persone muoiono prematuramente rispetto all’aspettativa di vita per età e per popolazione, a causa delle complicanze connesse alla scarsa attività fisica, il sovrappeso ed l’obesità.

Credenze culturali, fake news, meccanismi cerebrali, esperienze familiari e personali, amicizie carismatiche, informazione distorta e particolare sensibilità, possono indurre l’individuo ad adottare un particolare stile di vita non salutare. L’80% delle persone che si sottopone alla dietoterapia ed è trattata con schemi dietologici e/o dietoterapici ritorna al peso originario e, di questi, circa il 20% riesce a superarlo. È la cosiddetta sindrome dello Yo-Yo, perché si scende per poi risalire, perdendo un po’ di massa magra e riguadagnando, superando a volte, la massa grassa perduta.

L’importanza della motivazione

Dal punto di vista psicologico esiste un insieme di fattori dinamici in grado di far raggiungere al soggetto il proprio obiettivo, anche se con grande sacrificio. La motivazione è fondamentale per intraprendere ogni tipo di percorso e il supporto psico-emozionale rappresenta una componente terapeutica essenziale e deve essere protratto nel tempo, oltre il raggiungimento dell’obiettivo prestabilito, cercando di ottenere una modificazione permanente delle abitudini con l’adozione delle nuove abitudini insegnate dallo specialista dietologo. Esistono obiettivi per i quali si lotta, anche per gran parte o tutta la vita, duramente e con caparbia, fintantoché non si raggiungono; altri, invece, si rincorrono per un po’ e poi si lasciano decadere. La diversità di comportamento sta nello stato psico-emozionale che si associa a tali decisioni.

Quanto contano le emozioni?

Le emozioni e la volontà svolgono un ruolo fondamentale. Gli obesi e quelli in sovrappeso mangiano non per nutrirsi, o meglio, in parte anche per nutrirsi, ma sussistono motivazioni psico-emotive completamente diverse oltre al fabbisogno nutrizionale. L’attenzione si focalizza sul cibo, usato come immediata soddisfazione e contropartita contro uno stato emozionale negativo, dovuto alle insoddisfazioni della vita, ansia, rabbia tristezza, delusione che possono essere percepite/immaginate come sensazione di fame, oppure di compensazione. La vorace assunzione degli alimenti può determinare un lento, impercettibile, progressivo sbilanciamento dello stato nutrizionale e l’insorgere di tutte le patologie associate all’obesità (ipertensione e scompenso cardiaco, apnee notturne, gonartrosi e spondiloartrosi, ernie discali, stipsi con emorroidi e ragadi, ipercolesterolemia con arteriosclerosi e piaghe distrofiche, ernie della parete addominale) con il conseguente, certo ed immancabile peggioramento dello stato psicologico ed emotivo.

Crescere nella volontà e sapersi dare le motivazioni giuste per se stessi possono orientare e quindi attivare comportamenti positivi e costruttivi. Già riuscire ad ammettere che un problema esiste, capire cosa ci serve, riuscire a chiedere aiuto allo specialista medico col quale aprire un canale comunicativo empatico è la strada giusta. Non basta, infatti, trattare l’eccessivo apporto calorico e adeguare quali-quantitativamente l’alimentazione, ma è decisivo attivare la motivazione, inizialmente agendo su leve quali la sfida, la competizione, l’autorevolezza e in qualche caso l’autoritarismo in modo da far uscire il paziente da uno stato letargico e difensivo in cui a volte si crogiola e si accomoda.

Bisogna creare una nuova consapevolezza

L’indirizzamento della motivazione e imparare a riconoscere il peso delle abitudini errate, le conseguenze per la salute e delle pulsioni istintive, è il primo passo, seguito dalla discussione delle scelte spontanee dell’individuo che devono essere contrastate su base scientifica, insegnando al paziente il metodo per risolvere dubbi e imparare a fare la scelta giusta, sempre, senza cedere all’occasionale tentazione.

La discussione serve a chiarire e svelare gli errori comportamentali e le decisioni spesso basate su convinzioni errate. Per questo motivo non conviene parlare di “dieta”, che si collega concettualmente al controllo e all’obbligatorietà quali-quantitativa dell’alimentazione ricettata, concetti che si associano a uno stato psico-emozionale negativo (controllo, severità, frustrazione, punizione, fatica della misurazione e grammatura di ogni alimento che trasforma una funzione naturale e piacevole, come il nutrirsi e il nutrire i propri figli, in una condizione biomedicale di terapia medica cronica, noiosa, avvilente e praticamente spiacevole). Non conviene fornire il pesce già cotto e pronto per essere consumato ma conviene, per ottenere risultati durevoli, insegnare al paziente a pescarselo da solo e a saperselo cucinare nel modo più gradevole e salutare. Mangiare non coincide con il semplice nutrirsi. È uno dei bisogni fisiologici essenziali ma deve essere vissuto, data l’essenzialità, in un regime autocontrollato, evitando tensione psicologica su questa funzione che potrebbe, invece, attivare una “exit strategy” con la fuga e la trasgressione reattiva alla costrizione, conducendo al fallimento della terapia, recupero del peso, sensazione di fallimento, depressione e peggioramento dello stato psico-emotivo del soggetto. Ho conosciuto madri bravissime nel nutrire i propri bambini che avevano dimenticato come applicare a se stesse i corretti principi nutrizionali. Sembra, infatti, che la volontà (in soggetti con carattere labile) lavori più efficacemente per obiettivi e a breve termine, perché associa l’azione per il suo conseguimento con una premialità immediata o vicina nel tempo, piuttosto che restare salda in vista del raggiungimento dell’obiettivo a lungo termine.

Dott. Massimo Chiaretti
Dietologia

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