L’uso dell’ipnosi nel trattamento del dolore

Autore: Prof. Enrico Facco
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Editor: Top Doctors®

Fin dall’antichità l’ipnosi è stata usata per controllare la percezione del dolore, ma nonostante la sua efficacia questa tecnica subisce ancora molti pregiudizi nell’immaginario comune. Negli ultimi decenni, grazie anche allo sviluppo dell’ipnosi clinica, l’ipnosi sta infine trovando un suo spazio e una sua dignità scientifica all’interno della medicina contemporanea. Ne parla il Prof. Enrico Facco, Ipnologo clinico ed esperto in Terapia del dolore a Padova

Le origini dell’ipnosi

L’ipnosi ha una storia antichissima che si perde nel passato e si fonde con pratiche religiose, stregonesche, sciamaniche e magiche; ciò che tutte queste usanze hanno in comune è la centralità dello spirito e delle possibilità della mente umana. Gli indù, i fachiri e gli sciamani potevano alterare o eliminare la percezione del dolore e del calore: i loro riti probabilmente includevano procedure con elementi comuni all’autoipnosi. Anche le narrazioni di guarigioni prodigiose e incantesimi dell’antichità potrebbero essere testimonianza di pratiche ipnotiche.

La storia dell’ipnosi nel mondo occidentale

Il medico svizzero Franz Anton Mesmer nel ‘700 si dedicò all’approfondimento e alla sperimentazione dell’ipnosi, avanzando l’ipotesi che l’origine di quest’ultima fosse da attribuirsi a un “magnetismo animale”. Nel XIX secolo James Braid si addentrò nel suo studio psicologico, iniziando di fatto l’analisi scientifica moderna dell’ipnosi e dei suoi effetti. Agli inizi dell’800 l’abate Faria, medico e ipnotista conosciuto soprattutto grazie al romanzo Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, aveva identificato l’importanza del rapporto tra il soggetto sottoposto a ipnosi e l’ipnotista.

In seguito, studiando i fenomeni di catatonia e immobilità degli stati profondi di ipnosi, il neuropsichiatra francese Jean-Martin Charcot etichettò l’ipnosi come una nevrosi sperimentale che era possibile suscitare nei pazienti che soffrivano di isteria. Dal canto suo, sebbene Freud sperimentò l’ipnosi, successivamente scelse di abbandonare tale pratica.

È dunque evidente che il passato dell’ipnosi ha influenzato in grande misura l’immagine di cui gode: l’ipnosi infatti è spesso liquidata come una pratica dalle connotazioni negative, rappresentazione condizionata dal presunto magnetismo animale e dall’isteria che provocherebbe. Queste idee erronee hanno dato origine a preconcetti difficili da estirpare, che hanno dissuaso per lungo tempo da un impiego scientifico e clinico dell’ipnosi.

I pregiudizi nei confronti dell’ipnosi

La parola “ipnosi” deriva dal greco hypnos, ovvero “sonno”. Fu James Braid ad adottare questo termine, poiché all’epoca venivano osservate soprattutto le manifestazioni ipnotiche esterne (il rilassamento profondo, l’immobilità e la perdita di coscienza, che come vedremo in seguito è solo apparente).

Si tratta di un termine che oggi non è più adatto, ma ormai talmente consolidato da non essere modificabile; di certo ha a sua volta contribuito a consolidare l’idea che l’ipnosi comporta una perdita del controllo della coscienza da parte del soggetto, quando oggi sappiamo che lo stato ipnotico non ha nulla in comune con il sonno ed è anzi una straordinaria opportunità di aumentare il controllo del paziente sulla propria mente e sul proprio corpo (per un’analisi dettagliata della storia, della fenomenologia e dei pregiudizi sull’ipnosi v. Facco, 2014).

Bisogna poi considerare che anche l’ipnosi “da avanspettacolo”, eseguita da ipnotisti da baraccone, ha generato molto scetticismo nei confronti di una tecnica assolutamente valida a livello terapeutico. I sedicenti ipnotisti “maghi” vantano capacità sovrannaturali, naturalmente inesistenti, per aggiungere pepe al loro spettacolo; tali poteri permetterebbero loro di sottomettere la volontà e influenzare pesantemente il comportamento di alcuni membri del pubblico, che spesso e volentieri sono suoi complici.

Gli inizi dell’ipnosi clinica

Nel corso del ‘900 la pratica dell’ipnosi, seppur ancora vittima di preconcetti e scetticismo, è finalmente stata riconosciuta come valida a livello terapeutico e viene oggi studiata e applicata con criteri scientifici, dando risultati innegabili e misurabili.

Lo psichiatra statunitense Milton Erickson ha contribuito in grande misura allo sviluppo in campo clinico dell’ipnosi. In Italia, invece, è stato il lavoro del neurologo Franco Granone, primario presso l’Ospedale di Vercelli, a introdurre l’ipnosi clinica: Granone fondò il primo Centro Italiano di Ipnosi Clinica Sperimentale (CIICS), che ha oggi sede a Torino.

Entrambi gli studiosi asserivano, a ragione, che la pratica dell’ipnosi non può essere imbrigliata in protocolli standard rigidi e immutabili. Al contrario, essa deve rispettare le specificità del singolo soggetto: non è dunque quest’ultimo a doversi  adattare a protocolli preconfezionati, ma è l’ipnologo che deve comprendere il mondo del paziente e i suoi problemi, creare un’efficace relazione terapeutica e condurlo nel processo terapeutico nel rispetto della sua personalità, delle sue attitudini e dei suoi valori. Si tratta senza dubbio di un approccio più valido, sebbene più complesso rispetto all’applicazione di un protocollo standard.

Fin dalla metà del secolo scorso, l’ipnosi è stata riconosciuta come tecnica terapeutica valida in medicina e odontoiatria dall’American Medical Association e dalla British Medical Association, mentre nel 1969 l’American Psychological Association ha creato una sezione ufficiale di ipnosi all’interno della società.

L’ipnosi nel campo dell’anestesia

Nella prima metà del XIX secolo, epoca in cui non esistevano ancora i farmaci anestetici, furono eseguite diverse centinaia di interventi chirurgici in ipnosi. Nella letteratura scientifica internazionale, il 1957 segnò una tappa importante per l’ipnosi: per la prima volta infatti fu pubblicato un intervento chirurgico utilizzando l’ipnosi come sola tecnica anestetica. Nonostante i tanti pregiudizi, la possibilità di portare a termine con successo una procedura chirurgica senza anestesia fece clamore, permettendo di porre le basi per superare la resistenza culturale e per considerare l’ipnosi un metodo realmente utile ed efficace in ambito clinico.

La stessa cosa successe durante gli anni ’70 con l’agopuntura, quando il pregiudizio nei confronti di tale pratica cominciò a incrinarsi dimostrando che poteva indurre un’analgesia così forte da permettere di eseguire operazioni chirurgiche.

Recentemente è stata pubblicata  una consistente mole di studi scientifici che dimostrano l’efficacia dell’ipnosi in anestesiologia, come tecnica associata all’anestesia farmacologica e, in casi selezionati, anche come unico anestetico; l’ipnosi è inoltre un metodo molto efficace per superare l’ansia e la fobia odontoiatrica (Block, Ghoneim, Sum Ping e Ali, 1991; Brown e Hammond, 2007; Montgomery et al., 2007°; Schulz-Stubner, 2002; Ketterhagen, VandeVusse e Berner, 2002; Lew, Kravits, Garberoglio e Williams, 2011; Huet, Lucas-Polomeni, Robert, Sixou e Wodey, 2011; Kuttner, 2012; Faymonville, Meurisse e Fissette, 1999; Facco, 2016; Facco, Pasquali, Zanette e Casiglia, 2013; Facco et al., 2013).

L’ipnosi come autoipnosi

Questo excursus volto a esporre le tappe più importanti nella storia dell’ipnosi rende ragione di come ancora oggi essa provochi ingiustamente sospetto e diffidenza. Tale sospetto è la conseguenza di due secoli durante i quali l’ipnosi è stata erroneamente percepita come una pratica oscura, incomprensibile e di tonalità quasi parapsicologica: basti pensare all’idea diffusa, favorita dagli ipnotisti da baraccone, che essa provochi una perdita del controllo del soggetto ipnotizzato, rendendolo una sorta di zombie nelle mani dell’ipnotista. Oggi siamo consapevoli che è vero il contrario, ossia che l’ipnosi è un’attività introspettiva intenzionale, che richiede una mente sana, capace di mantenere un’elevata concentrazione e il pieno uso delle proprie facoltà.

L’ipnosi presenta numerosi punti di contatto nelle tecniche meditative (Facco, 2014) e aumenta la capacità di rielaborare e risolvere i problemi; di fatto, il controllo del paziente sulla propria coscienza e sul proprio corpo risulta maggiore durante l’ipnosi rispetto allo stato ordinario, altrimenti il paziente non potrebbe superare ansie e fobie né aumentare la soglia del dolore, né tantomeno potrebbe usare l’autoipnosi. In sostanza, come affermava giustamente Erikson, “l’ipnosi è sempre autoipnosi”, poiché può essere effettuata solo grazie alle facoltà e alla motivazione del paziente e mai per un ipotetico ma inesistente potere dell’ipnotista.

Il valore dell’immaginazione

L’efficacia dell’ipnosi è data dalla possibilità che ha il soggetto di influenzare la propria condizione fisica e psichica attraverso l’uso dell’immaginazione. La rappresentazione mentale usata durante l’ipnosi, che genera un’immagine plastica nella mente del soggetto, è infatti in grado di generare un dinamismo psicosomatico e una compartecipazione tra mente e corpo.

Soltanto la volontà di apprendere del paziente, unita alla fiducia tra quest’ultimo e il terapeuta e all’adesione a un percorso e obiettivi condivisi, permette di indirizzare l’immaginazione e la concentrazione del soggetto verso gli obiettivi terapeutici.

L’ipnosi è una comunicazione di tipo peculiare, durante la quale il paziente vive i contesti immaginati come se fossero reali. Il potere immaginativo e l’evocazione metaforica consentono al soggetto di utilizzare le proprie risorse e sperimentare nuovi modelli, superando così i propri preconcetti e condizionamenti. Il paziente viene messo nella condizione di effettuare scelte inedite, di formulare nuove soluzioni e di adottare comportamenti differenti rispetto alle proprie abitudini. Insomma, il ruolo dell’ipnosi nell’ambito terapico può essere paragonabile a quello del simulatore di volo nell’addestramento dei piloti.

Applicazione in ambito clinico

L’ipnosi può trattare diversi stati patologici quali l’ansia, la depressione, l’insonnia e gli attacchi di panico; permette di abolire l’ansia preoperatoria, di sedare i pazienti prima di interventi chirurgici e odontoiatrici e di manovre invasive, oltre a trattare il dolore e numerosi disturbi funzionali, psicosomatici e neurovegetativi.

È stato più volte dimostrato nella letteratura scientifica come il suo uso in odontoiatria sia particolarmente rilevante, data la grande diffusione della paura nei confronti del dentista. Si stima infatti che non meno del 25% della popolazione soffra di una forte ansia odontoiatrica, la quale spesso trae origine da esperienze traumatizzanti vissute in passato, in particolar modo nell’infanzia (Facco, Zanette e Manani, 2008; Facco, Manani e Zanette, 2012; Facco et al., 2013; Facco et al., 2015). L’ipnosi è inoltre una tecnica utile per eliminare lo stimolo del vomito nei pazienti che non riescono a sopportare l’inserimento degli strumenti odontoiatrici in bocca.

L’ipnosi può migliorare l’efficacia dei trattamenti tradizionali

Numerosi studi provano che l’ipnosi può rendere più efficaci le terapie e le procedure diagnostiche invasive, eliminando il dolore e l’ansia e ottimizzando i tempi del trattamento e il benessere del soggetto. Si è rivelata efficace nella radioterapia, nella radiologia interventistica, nelle biopsie, durante la chirurgia dei tumori alla mammella e nei trattamenti di embolizzazione e ablazione a radiofrequenza per il cancro (Flory e Lang, 2008; Lang et al., 2008; Flory, Salazar e Lang, 2007; Montgomery et al., 2007b; Lang et al., 2006; Stalpers et al., 2005; Schnur et al., 2009; Schnur e Montgomery, 2008).

Uso nella medicina odierna

Per concludere, l’ipnosi oggigiorno è una metodologia terapeutica ben lontana dai connotati negativi di cui ha sofferto nel passato, e che sempre di più si dimostra efficace nel campo psicoterapeutico, medico e odontoiatrico.

L’uso delle capacità immaginative che caratterizza l’ipnosi consente di accorciare i tempi rispetto ai percorsi psicoterapeutici classici, mentre il controllo dell’ansia e del dolore apre nuovi orizzonti nell’ambito della terapia non farmacologica di questi disturbi e nella sedazione in chirurgia e odontoiatria.

 

Bibliografia

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